Tra il rap e Gino Paoli: la musica in carcere per sentirsi liberi
Sayf, secondo all’ultimo Festival di Sanremo, è il protagonista di un laboratorio creativo con i detenuti di Chiavari: «Abbiamo trovato livelli di introspezione, di curiosità verso la vita e capacità di approfondimento che spesso ci aspettiamo di trovare in altri contesti»
Erica Manna
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Il cancello si apre scorrendo lentamente, mentre fuori la città non smette di ronzare. Sayf se la lascia alle spalle: entra. Dentro, il silenzio rimbomba di porte che si aprono e si richiudono subito. C’è il tintinnio di anelli, collanine, chiavi, telefono, occhiali, sigarette: da buttare in una scatola di plastica. C’è lo sferragliare della chiave che apre un armadietto dove riporre tutto. Poi, però, c’è la musica.
Inizia così “Il cielo in una stanza”, documentario girato all’interno del carcere di Chiavari: un progetto scritto dal giornalista Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa con un tributo speciale a Gino Paoli e la partecipazione di Sayf, nome d’arte di Adam Viacava, il rapper nato a Genova nel 1999 da una famiglia italo-tunisina, arrivato secondo a Sanremo con la canzone “Tu mi piaci tanto”, disco di platino.
«Sono grato per aver partecipato a questa cosa», ha spiegato l’artista. «I detenuti non sono una categoria di persone», e il carcere «è solo una fase della vita di qualcuno». E poi riflette, insieme ai detenuti: «Cos’è la libertà per me? Il fatto che quando scrivi non devi rendere conto a nessuno. Se metti una base e urli per dieci minuti questa è la tua forma di arte: è libera ed è bella per quello. Per me la libertà, come la felicità, sta nelle cose piccole. Che uno dà per scontate ma non lo sono. Momenti che ti si salvano in testa: una sigaretta, una parola. A volte una cavolata. Ma ti rimane dentro».