La terra che sfrutta chi la fa fruttare
Dal processo Momo di Saluzzo alle vigne delle Langhe, il caporalato nel Cuneese non è più un caso isolato ma un sistema sommerso. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare per farlo emergere
Maurizio Bongioanni
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Tutto è cominciato con un mal di stomaco. Un bracciante che aveva paura di andare in ospedale si presenta allo sportello dell’accoglienza di Saluzzo. Gli fanno compilare la scheda di sempre: come ti chiami, da dove vieni, dove hai lavorato prima, dove lavori adesso. Lui racconta di un’azienda agricola dove nel periodo della raccolta sono in 60, 70, 80. Agli operatori viene un dubbio: «Come mai questa azienda non l’abbiamo mai sentita nominare? Prima o poi di qua passano tutti». Quando provano a portargli la medicina che gli mancava, li fermano al cancello: la consegniamo noi al lavoratore, arrivederci.
Da quella scheda è nato il “processo Momo” (che prende il nome da Moumouni Tassembedo, condannato per sfruttamento), il primo processo per caporalato celebrato nel Nord Italia, chiuso più di un anno fa con una condanna definitiva in Cassazione. A raccontarne l’origine è l’avvocata Valentina Sandroni, coreferente di Libera Piemonte, che nel procedimento ha assistito CGIL, FLAI (Federazione Lavoratori Agro Industria) e due braccianti. «Quella storia ci restituisce due cose: l’importanza del lavoro di lettura del territorio e il lavoro enorme che serve per costruire con questi lavoratori un percorso di denuncia», ha spiegato a L’Unica. «Non è come denunciare un portafoglio rubato. È un percorso lungo, travagliato».