Storie nere di una terra tranquilla
Floriana Floris, Makka Sulaev, Matilde Baldi, Zoe Trinchero. Nel raggio di pochi chilometri quattro storie di donne, diverse per contesto ma unite dal filo rosso della violenza
Paolo Viarengo
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C’è un fazzoletto di terra, incastrato tra le colline pettinate dai vigneti dell’Astigiano, dove la cronaca nera ha smesso di essere un insieme di fatti isolati per trasformarsi in un’unica, enorme ferita collettiva. Da Incisa Scapaccino a Montegrosso, fino alle strade di Nizza Monferrato, ci sono pochi chilometri di strada, eppure in poco più di tre anni i destini di quattro donne si sono incrociati in un coro di violenza che lascia senza fiato.
Incisa Scapaccino, giugno 2023
Tutto è cominciato nella penombra di una casa di Incisa, il 6 giugno 2023. Floriana Floris, 49 anni, ha capito prima dei soccorritori che la sua vita era arrivata al capolinea. Il compagno, Paolo Riccone, impugnava un coltello: l’ha colpita per quaranta volte, infierendo sul suo corpo solo perché lei voleva lasciarlo.
Floris, nei quaranta minuti precedenti al massacro, aveva trovato la forza di registrare sette brevi video con lo smartphone, un testamento di puro terrore: «Non voglio morire. Voglio vivere perché ho una figlia». Aveva intenzione di andare in caserma a denunciarlo il mattino successivo, ma quel mattino non lo ha mai visto. L’uomo, dopo averla uccisa, ha vegliato il cadavere per due giorni prima di tentare il suicidio.
Lui è nato a Incisa, figlio del benzinaio del paese. Lei era arrivata da poco, non abbastanza perché la compassione dei concittadini prendesse la direzione giusta. A pochi giorni dal delitto, sulla porta della casa dove vivevano vittima e assassino, è comparso un biglietto anonimo che è suonato come un’accusa per tutto il paese: «Un paese freddo, insensibile e privo di rispetto per chi non c’è più. L’ignoranza non ha limiti: parlano dell’assassino ma nulla su Floriana che non c’è più, rimasta due giorni lì per terra con il suo assassino».
Parole pesantissime. Persino don Claudio Montanaro, il parroco, le ha commentate con disagio e imbarazzo: «Capisco che in questo momento possano emergere rabbia e dolore. Io posso dire che la nostra comunità dovrà superare un trauma. Purtroppo, si sente spesso di tragedie come questa: sembrano sempre lontane, ora sappiamo che capitano anche dietro casa nostra e in qualunque famiglia. Ora quella di Floriana è nel dolore, merita rispetto e silenzio. Ora siamo soltanto chiamati a pregare per la vittima, per la sua famiglia ma anche per lui».
Nizza Monferrato, marzo 2024
Nemmeno il tempo di elaborare il lutto che, il 1° marzo 2024, a pochissimi chilometri di distanza – a Nizza Monferrato – l’orrore ha bussato alla porta di un’altra famiglia. Questa volta, però, la violenza subita si trasforma in una reazione disperata di sopravvivenza. Makka Sulaev aveva appena 18 anni quando si ritrovò davanti all’ennesimo, brutale episodio di violenza domestica.
Suo padre, Akhyad Sulaev, aveva inseguito la madre fin dentro la camera da letto per massacrarla di botte. L’uomo non accetta che la moglie voglia licenziarsi dal ristorante dove lavorano insieme; in quella casa i soprusi contro la donna e i figli sono una spaventosa routine quotidiana.
Makka è intervenuta per fare scudo, ha preso un coltello e con quello ha colpito il padre per due volte, uccidendolo sul colpo per fermare la sua furia. Durante il processo, a fare la differenza sarà un file audio registrato dal telefono del fratellino: si sentono distintamente le minacce di morte del padre, le urla della madre e i rumori della colluttazione.
Dopo una prima condanna a 9 anni e 4 mesi, pochi giorni fa – il 5 giugno 2026, tre anni esatti dopo la morte di Floriana Floris – la Corte d’Assise d’Appello di Torino ha ribaltato il verdetto, assolvendo Makka Sulaev con formula piena. Ha agito per legittima difesa, per salvare la vita di sua madre e la propria da un destino segnato. «Ma questa assoluzione non cancella il passato», ha detto la ragazza dopo la sentenza. «È un macigno che mi porterò sempre addosso. Non voglio però che passi un messaggio sbagliato. Vorrei che alle persone arrivasse il significato corretto di questa storia […] La giustizia fai da te non è mai una buona cosa. Lo provo sulla mia pelle: alla fine ti trovi a doverti tenere tutto dentro, a conviverci ogni giorno, ed è terribile».
Montegrosso d’Asti, dicembre 2025
Il destino, in questa provincia profonda, sa essere incredibilmente crudele, intrecciando i fili delle esistenze in modi che superano la fantasia. Matilde Baldi e Zoe Trinchero erano legate da una profonda amicizia d’infanzia. Vivevano entrambe a Montegrosso, condividevano le confidenze e i sogni dei loro vent’anni. Eppure, sono state strappate alla vita a meno di due mesi di distanza l’una dall’altra.
Matilde Baldi, studentessa universitaria di vent’anni, ha trovato la morte la sera dell’11 dicembre 2025 lungo la tangenziale di Asti, sull’autostrada Asti-Cuneo. Viaggiava sulla 500 guidata dalla madre quando un bolide è piombato alle spalle e le ha centrate in pieno. Le indagini della Procura di Asti, chiuse a fine maggio 2026, hanno squarciato il velo sulla dinamica di quello che avrebbe potuto essere un incidente, ma non lo era: non è stata una fatalità, ma la conseguenza di una gara clandestina di velocità. Due Porsche stavano sfrecciando nel traffico a circa duecento chilometri orari.
Alla guida dell’auto che ha travolto la 500 c’era Franco Vacchina, un imprenditore astigiano oggi accusato di omicidio stradale aggravato e tentato inquinamento delle prove. Subito dopo lo schianto l’uomo ha cercato di convincere un carrozziere a riparare i danni per occultare le tracce prima del sequestro, ricevendo un rifiuto.
Mentre Baldi lottava tra la vita e la morte in ospedale – dove morirà tre giorni dopo – l’imprenditore inviava messaggi agli amici che oggi suonano come uno schiaffo sulla tomba della ragazza: «Per la cena andiamo volentieri, facciamo passare questa settimana. Tra il caos del lavoro e l’incidente di giovedì che ho distrutto la Gt3 nuova sono un po’ off», si legge in una chat, pubblicata dal quotidiano La Stampa.
Nessun pensiero per la giovane agonizzante: c’è solo il fastidio per la supercar nuova distrutta e il tentativo di cercare agganci con il prefetto per risolvere il «problema con la patente». Vacchina si difende nelle chat parlando di semplice sfortuna: «Sfiga», scrive a un amico. «Non sono un pilota di F1 ma sono 35 anni che guido Porsche. Non mi capacito ancora adesso di come possa essere potuto succedere».
L’unica nota di luce resta il gesto dei familiari di Baldi, che hanno autorizzato l’espianto degli organi salvando dieci persone. Neppure questo, però, smuove i protagonisti di questa incredibile storia dal loro cinismo. «Ho parlato trenta minuti con il capo dell’anticrimine», scrive un amico a Vacchina. «Il fatto che lei abbia donato gli organi l’ha fatta tenere in vita quattro giorni, sufficienti a raccogliere filmati e tutto per vedere che cazzo stavate facendo […] Hanno i filmati delle velocità e cosa avete fatto fino all’incidente: trenta persone sono andate a testimoniare che voi stavate facendo una gara. C’è gente che veramente ti vuole morto». Vacchina abbozza: «Tu mi conosci, come fai a credere che stessi facendo una gara, alle 20:15, con il traffico a palla». Ma la Procura ha indagato anche il conducente della seconda vettura: la gara, per gli inquirenti, c’era.
Nizza Monferrato, febbraio 2026
Zoe Trinchero, l’amica del cuore di Matilde Baldi, la raggiungerà nel silenzio definitivo della morte poco tempo dopo, nella notte tra il 6 e il 7 febbraio 2026. A soli 17 anni, è stata aggredita e uccisa a Nizza da Alex Manna, 19 anni, un ragazzo che considerava un amico. La violenza esplode a seguito di un rifiuto, un semplice “no” a un tentativo di approccio.
Manna, che praticava la boxe, ha scaricato sulla ragazza una raffica di pugni al volto, l’ha stretta al collo e infine l’ha trascinata sul bordo del canale, spingendola giù nel letto del torrente per disfarsi del corpo. Subito dopo il delitto, ha messo in piedi un tentativo di depistaggio razzista, accusando ingiustamente un trentenne di origine africana, adottato da una famiglia di Nizza: un jazzista di talento, con un passato fatto di festival e accademie e un presente minato da alcuni problemi psichici.
«È stato il nero, quello pazzo». Una menzogna che ha scatenato una violenta reazione popolare e una caccia all’uomo con residenti armati di bastoni sotto la casa dell’innocente. «Ero il bersaglio più facile, per il colore della mia pelle e per le mie fragilità», racconterà il giorno del funerale, quando il vero assassino aveva già confessato. Due mesi più tardi, la relazione del medico legale aggiungerà a questa storia un altro particolare terribile: quando è stata buttata nel canale, Zoe Trinchero era ancora viva. È morta annegata, mentre Manna fuggiva pensando a come farla franca.
Quattro storie di donne che si legano indissolubilmente con il filo rosso della violenza, della sopraffazione e dell’indifferenza, consumate tutte nello spazio di pochissimi chilometri, in una terra che si credeva tranquilla e che si è scoperta più fragile, spaventata, costretta a guardarsi allo specchio attraverso le cronache dei tribunali. In uno dei messaggi inviati dopo lo schianto sulla Asti-Cuneo, un amico scriveva a Franco Vacchina: «Vedrai, che tra un anno ne rideremo insieme».
No, in questa fetta di provincia non ne riderà nessuno. Né tra un anno né mai.
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