L'Unica Asti

Quando a prendersi tutto era il centrosinistra

Il “caso Rasero” arriva in Parlamento, ma le commistioni con la Banca sono un vecchio vizio della politica astigiana

Paolo Viarengo

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Quando a prendersi tutto era il centrosinistra
Uno scorcio di Asti – Foto: L’Unica

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«La vera piaga di Palermo è il traffico». Così Paolo Bonacelli, l’indimenticabile zio di Johnny Stecchino nel film del 1991, spiegava a un incredulo Roberto Benigni quale fosse il reale problema della città siciliana secondo il suo bizzarro punto di vista. Ebbene, fatte le debite proporzioni, pure ad Asti la viabilità sembra aver smarrito la bussola tra asfalto che salta, rotonde progettate con il goniometro al contrario e piste ciclabili che spuntano come funghi togliendo spazio alle auto. Le opposizioni in Comune tirano su montagne di scartoffie e interrogazioni su strisce pedonali ormai invisibili ed erba talmente alta da richiedere il machete, ma lo fanno con una serietà tale da far rimpiangere la verve comica di Benigni.

In questo scenario da commedia dell’assurdo, nessuno aveva mai scorto il lato umoristico della faccenda, almeno finché qualcuno non ha deciso di urlare ai quattro venti che il “Re era nudo” e che la “vera piaga” era un’altra.

Il filotto di Rasero

Maurizio Rasero, un personaggio verso cui non siamo mai stati troppo teneri, muovendosi con la furbizia di chi conosce bene il pollaio, si è preso praticamente tutto. Facendo leva su un sistema che esisteva ben prima di lui, ha fatto filotto: è stato sindaco e presidente della Provincia contemporaneamente, e grazie a questo doppio cappello ha ottenuto una maggioranza così schiacciante nel consiglio d’indirizzo della Fondazione CrAsti da potersi permettere di telecomandare persino il consiglio d’amministrazione dello stesso ente.

Per chi non mastica pane e finanza, basti sapere che la Fondazione tiene in mano il pacchetto di maggioranza relativa della Banca di Asti (un bel 31,8 per cento) e ha il potere di scegliere il presidente, l’amministratore delegato e ben 8 consiglieri su 13. Risultato? Oggi Rasero fa il sindaco di Asti e il presidente della Banca, con i suoi fedelissimi piazzati nei posti che contano: ai vertici dell’ASP, che gestisce i servizi pubblici, di GAIA, che si occupa dei rifiuti, e con amici fidati sparsi tra Finpiemonte, Ream SGR e Fondazione CRT.

Davanti a questo scenario, mezza città si sta stracciando le vesti: “Un cortocircuito istituzionale mai visto, Rasero non può essere controllore e controllato, non può nominare ed essere nominato” è il grido disperato di chi (per questa volta) è rimasto a bocca asciutta senza una poltrona su cui sedersi. La questione è arrivata fino al Parlamento, dove il deputato di Alleanza verdi-sinistra Marco Grimaldi ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Economia denunciando come «pericolosa» la «commistione tra istituzioni politiche locali e vertici bancari». Tutto corretto, per carità, ma siamo proprio sicuri che si tratti di uno scandalo senza precedenti o, peggio, di una sorpresa dell’ultimo minuto?

Non mancano i precedenti

A guardare indietro, i presidenti della Banca di Asti degli ultimi tempi hanno sempre avuto il piede in due scarpe, quella del credito e quella della politica. In questa città, il salto dalle scrivanie dei palazzi pubblici alle casseforti della banca non è mai stato una questione di tifo o di colore politico: gente di ogni schieramento ha imboccato questa scorciatoia negli ultimi decenni senza troppi complimenti.

La lunga lista di nomi illustri parte da lontano, con Gian Piero Vigna, storico sindaco socialdemocratico che ha indossato la fascia tricolore dal 1975 al 1985, per poi traslocare alla guida della banca dal 1995 al 2001 e restare come vice fino al 2004. Proprio quell’anno, il testimone in piazza Libertà passò a Luciano Grasso, esponente dei Liberali che era già stato presidente della Provincia all’inizio degli anni Novanta.

Poi è arrivata l’era infinita di Aldo Pia, che ha tenuto il timone dell’istituto per sedici anni filati, dal 2004 al 2020. Il suo curriculum è il manifesto perfetto di questo incesto tra istituzioni e finanza: assessore e vicesindaco per la Democrazia Cristiana, oltre che capo della Camera di commercio, con ruoli che a volte si accavallavano che era un piacere.

Arrivando ai giorni nostri, incrociamo Giorgio Galvagno, pezzo da novanta di Forza Italia e attuale presidente, che faceva il consigliere d’amministrazione in Banca proprio mentre girava col tricolore sul petto da sindaco, tenendo entrambi i piedi nelle due staffe per più di due anni.

Le tre poltrone

E che dire di Fabrizio Brignolo, sponda Partito democratico, che si ritrovò a fare il prestigiatore con tre palle contemporaneamente: Comune, Provincia e consiglio della banca. Lì la matassa si fece intricata: Brignolo mollò la Provincia quando il tribunale sentenziò che la carica di presidente e quella di consigliere della banca non potevano essere svolti dalla stessa persona, perché la Cassa di risparmio di Asti ha il servizio di tesoreria dell’ente provinciale. Poi salutò anche il CDA della banca per far tacere le malelingue su una garanzia per un campo sportivo, finendo la sua corsa solo come sindaco.

La sinistra non è mai stata allergica alle poltrone, anzi. Nel 2002, per dire, il presidente di ASP, Asti Servizi Pubblici, era Claudio Caron del Partito dei comunisti italiani con Vittorio Voglino (Margherita) sindaco. Sotto Brignolo, invece, il comando di ASP era in mano a Paolo Bagnadentro con il vice Flavio Doglione, entrambi organici al PD dell’epoca.

Gli esempi sono talmente tanti che per citarli tutti servirebbe un volume grande come i vecchi elenchi telefonici. Tutto questo ci suggerisce che il problema vero non sia tanto Rasero, quanto un sistema di nomine oliato da tempo contro cui, ironia della sorte, proprio il “colpevole” di oggi aveva provato a fare qualcosa. Quando ancora non c’era questo polverone, Rasero propose alle minoranze di scegliere un membro su tre nel consiglio della Fondazione, e fece lo stesso con la terna della Provincia. Una proposta generosa rifiutata con la puzza sotto il naso, salvo poi gridare ai quattro venti quando il treno è passato.

Roberto Vercelli, rinnegato dal partito

L’ultimo paradosso è l’ingresso di Roberto Vercelli, consigliere del PD, nel board della Banca. Invece di festeggiare per la presenza di un uomo d’esperienza o parlare di pluralismo, i suoi stessi compagni di partito lo hanno impallinato. Eppure Vercelli di mestiere ne ha da vendere: per anni ai vertici del San Paolo e ceo in giro per il mondo, dalla Slovacchia all’Egitto. Pare che durante una cena segreta (di quelle che “si fanno ma non si dicono”), Vercelli, insieme a un altro esponente del PD, si sia seduto a tavola con il sindaco, accompagnato a sua volta da un assessore, per parlare di competenze serie e non di magliette politiche, tutto per cercare di far crescere ancora la Banca.

Vercelli sa il fatto suo, e pure Rasero non è l’ultimo arrivato, visto che è stato vice della banca fino al 2017 e ha in tasca due lauree in economia. Tra l’altro, pare che anche altri volti noti della sinistra astigiana abbiano mandato il curriculum per entrare nel CDA, come Giovanni Pensabene o Alberto Mossino del Progetto integrazione accoglienza migranti (PIAM) che non è certo un covo di pericolosi destrorsi.

Nessuno di loro è stato preso, ma sorge una domanda: se li avessero scelti, avrebbero gridato allo scandalo lo stesso? L’autolesionismo delle sinistre locali è un mistero degno di Sherlock Holmes. A voler essere maliziosi, come diceva quel tale che a pensar male non sbagliava quasi mai, forse il trucco è un altro. Le elezioni comunali si avvicinano e a sinistra sperano che, dopo dieci anni di centrodestra, la ruota giri a loro favore. E allora perché cambiare le regole del gioco proprio ora che potrebbero tornare a fare i mazzieri? Meglio tenersi il sistema intatto, con la speranza segreta di ereditare lo stesso potere che oggi criticano con tanta foga.

La nostra è una città dove ci si lamenta del traffico per non parlare di chi guida davvero, e dove l’indignazione dura giusto il tempo di una seduta in consiglio. La speranza è di essere smentiti e di vedere finalmente un cambiamento, ma visti i precedenti, è più facile che si ripari una buca in via Ticino piuttosto che si scardini questo intreccio di poltrone che ormai fa parte dell’arredamento urbano quanto le torri medievali. Nel frattempo, Rasero incassa e porta a casa, mentre gli altri restano a guardare il traffico che aumenta e le poltrone che diminuiscono, sognando il momento in cui toccherà a loro sedersi a capotavola.

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