Il G8 venticinque anni dopo
A Genova in luglio una serie di eventi. Per gli organizzatori non si tratta di una commemorazione, ma è il tentativo di far nascere una memoria critica
Erica Manna
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«All’epoca eravamo lì contro gli Otto. Oggi è evidente che questo scontro non può esserci più: gli eventuali interlocutori, adesso, sono le multinazionali della tecnologia. Perché è chiarissimo che gli Stati sono ostaggi di questi soggetti che detengono un potere che va al di là delle singole democrazie». Carlo Bachschmidt è architetto e documentarista. Autore di “Black Block”, il doc che ottenne una menzione speciale alla sessantottesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, al G8 di Genova del 2001 faceva parte del Genoa Social Forum – la rete di associazioni e movimenti no global – per cui si occupava del coordinamento operativo tra le realtà coinvolte. L’anno successivo sarebbe stato nominato consulente tecnico di parte dagli avvocati impegnati nei processi per ricostruire le violenze di quei giorni.
Venticinque anni dopo, Bachschmidt si occuperà ancora una volta di coordinare le diverse realtà e i movimenti che si ritroveranno proprio a Palazzo Ducale: nel cuore di quella che nel 2001 era la “zona rossa”, blindata dalle grate di acciaio, dove gli Otto Grandi si incontrarono, mentre fuori andava in scena quella che Amnesty International definì «la più grande violazione dei diritti umani in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale».
È da qui che oggi i movimenti – repressi dalle botte alla scuola Diaz e annientati dalle torture alla caserma di Bolzaneto – proveranno a ripartire per costruire un nuovo mondo possibile. Perché, sottolineano, «avevamo ragione su tutto».