L'Unica Torino

I cantieri al Parco del Meisino vanno avanti, ma gli ambientalisti non si arrendono

Tra i promotori della protesta contro la Cittadella dello sport progettata dal Comune c’è anche l’attore di “Camera Café” Roberto Accornero. Il Comune annuncia che l’inaugurazione è prevista tra pochi mesi

Alessandra Torta

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I cantieri al Parco del Meisino vanno avanti, ma gli ambientalisti non si arrendono

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Tra Torino e San Mauro, dove confluiscono il Po, la Stura di Lanzo e la Dora Riparia, c’è un’oasi naturalistica straordinaria con l’isolone di Bertolla che ospita uccelli acquatici molto rari. È il Parco del Meisino, uno dei luoghi fin qui meno urbanizzati di Torino. Una fascia verde enorme, poco distante dal centro della città ma abbastanza defilata da conservare ancora qualcosa di raro: a chi passeggia ammirando il fiume, regala infatti la sensazione di entrare in un ambiente spontaneo e prezioso. Sentieri sterrati, zone umide, boschi sviluppati senza un vero controllo paesaggistico, prati invasi dalla vegetazione, suoni della natura. Un luogo imperfetto, ma proprio per questo capace di diventare negli anni un rifugio naturale per centinaia di specie animali e vegetali.

Il progetto del Comune

Oggi, però, questo paesaggio è attraversato da camion e mezzi di cantiere, al lavoro per la realizzazione di un progetto finanziato con oltre 11 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) che continua ad alimentare uno scontro sempre più duro tra Comune e ambientalisti.

Il piano si chiama “Centro di educazione sportiva e ambientale” ed è stato promosso dall’amministrazione comunale come una grande operazione di riqualificazione urbana e sportiva nell’area dell’ex galoppatoio militare. L’obiettivo? Creare strutture adatte a sport come arrampicata, running, mountain bike, tiro con l’arco, ciclocross, cricket e fitwalking, e attività meno conosciute come il pump track (una pista ricca di dossi per le biciclette BMX) o il disc golf (un percorso simile al golf con dei canestri al posto delle buche e dischi tipo frisbee invece di mazze e palline). 

Secondo il comitato “Salviamo il Meisino”, il progetto porterà alla trasformazione definitiva di una riserva naturale in uno spazio semi-urbanizzato, destinato a perdere proprio quelle caratteristiche che lo rendevano unico.

«Gli ambientalisti protestano, a volte in modo piuttosto duro», ha detto a L’Unica Domenico Carretta, assessore allo Sport del Comune. «Non ho dimenticato di quando qualcuno scandiva “Carretta in galera”, o addirittura “Morte a Carretta”. Ma dimenticano alcune cose: ad esempio che quando era in funzione il galoppatoio militare, al Meisino si facevano anche le esercitazioni con i carri armati... Il progetto è andato avanti: la Cittadella dello sport sarà inaugurata tra pochi mesi, e parte delle loro osservazioni sono state recepite. Ad esempio, la pista per il pump track è stata spostata nell’area occupata da un vecchio campo da calcio. A cose fatte vedremo come risponderà la cittadinanza: io credo che risponderà bene».

Le proteste degli ambientalisti

Tra i volti più noti della protesta c’è Roberto Accornero, attore torinese conosciuto dal grande pubblico soprattutto per gli episodi di Camera Café, dove recita il ruolo del severo direttore delle risorse umane, impegnato da anni nelle battaglie ambientaliste cittadine, in particolare sulla questione degli alberi urbani di corso Belgio e del verde pubblico. Accornero segue da vicino anche la vicenda del Meisino e – dialogando con L’Unica – parte da una riflessione più ampia sul meccanismo dei fondi PNRR: «Siamo un po’ agli sgoccioli», ha detto. «Questa operazione aveva dei tempi collegati al PNRR che è fonte di una serie di dolori e di disastri, perché sono soldi che arrivano e bisogna intercettarli in fretta. Una volta intercettati, però, questi progetti che normalmente richiederebbero grande cura e ponderatezza vengono accelerati all’improvviso. E il problema è che spesso si procede senza una vera valutazione delle conseguenze».

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Per Accornero il Meisino non rappresenta una vicenda isolata. Anche nel caso di corso Belgio, dove il Comune aveva deciso l’abbattimento di una serie di alberi, «il meccanismo è sempre lo stesso. C’è un finanziamento, bisogna spenderlo e allora si tirano fuori vecchi progetti o vecchie idee urbanistiche. Si volevano sostituire integralmente le alberate indipendentemente dalla salute degli alberi, una cosa totalmente anacronistica. Oggi sappiamo benissimo che un albero adulto non è un arredo urbano. Scientificamente è acquisito da decenni che finché un albero non è realmente pericoloso va mantenuto, perché nulla può sostituire i benefici offerti da un grande albero sano».

La gestione del verde pubblico

Secondo l’attore, il problema nasce anche dal modo in cui oggi viene gestito il verde pubblico: «Una volta esistevano i giardinieri comunali, c’era una gestione continua e puntuale, Torino ne aveva oltre 500. Adesso ne sono rimasti 26 che si occupano solo dei giardini aulici. Tutto funziona per appalti, progetti, lotti. Ma ogni albero è un individuo, non puoi ragionare a blocchi. Invece ormai si fa così: tagliamo tutto e ripiantiamo. Peccato che i nuovi alberi in città abbiano spesso aspettative di vita molto basse. Ci sono studi internazionali che parlano di venti o trent’anni. E intanto nel frattempo hai perso decenni di ombra, assorbimento di anidride carbonica, raffrescamento urbano».

Il Meisino, in questo quadro, rappresentava per molti ambientalisti un esempio quasi spontaneo di equilibrio naturale. «Il parco aveva sviluppato delle caratteristiche casuali ma preziosissime proprio perché era stato lasciato relativamente tranquillo», ha aggiunto Accornero. «Si era ricreata una naturalità che forse, se avessimo voluto progettarla artificialmente, non saremmo riusciti a ottenere. Ci sono più di 230 specie di uccelli censite, animali protetti, tassi, ricci. Noi stessi abbiamo installato delle fototrappole e documentato una presenza molto importante di tassi proprio sotto all’insediamento programmato».

Secondo il comitato, però, il progetto sarebbe andato avanti senza reali approfondimenti naturalistici. «Si ammette che non c’è stato il tempo per sopralluoghi approfonditi sulla fauna. Ma allora come fai a dire che l’impatto è sostenibile? Noi abbiamo visto con i nostri occhi mezzi pesanti attraversare prati, allargare piste, entrare in aree teoricamente non coinvolte. Sono stati uccisi dei ricci, animali protetti. Chi controllava davvero?».

Una delle questioni più dibattute riguarda il ruolo dell’ente che gestisce le Aree Protette del Po piemontese, che inizialmente aveva espresso forti perplessità sul progetto. Elena Sargiotto, tra le figure più attive del comitato “Salviamo il Meisino”, ha ricostruito una cronologia che secondo gli ambientalisti mostra tutte le contraddizioni della vicenda. «All’inizio l’ex direttrice dell’ente aveva detto chiaramente che quel progetto non si poteva fare, perché violava il piano d’area della riserva naturale del Po piemontese», ha spiegato a L’Unica. «Non si potevano ristrutturare certi edifici e non si potevano inserire strutture sportive neppure nella parte meno protetta della zona. Poi però, mesi dopo e senza modifiche sostanziali al progetto, l’ente ha cambiato completamente posizione e ha dichiarato l’intervento compatibile».

Per il comitato il cambiamento sarebbe stato soprattutto politico. «Il presidente dell’ente, Roberto Saini, ha sostenuto il progetto apertamente. Poi è arrivato un nuovo presidente che è addirittura un cacciatore ed è anche presidente di un’associazione di cacciatori di uccelli migratori. Può immaginare quale sensibilità ambientale ci sia dietro», ha aggiunto Sargiotto.

Il Parco sta già cambiando volto

La battaglia legale e amministrativa intanto continua. Una delle questioni centrali riguarda i tempi del cantiere. «La data del 15 settembre 2025 veniva presentata come inderogabile. Dicevano che non sarebbero state possibili proroghe neppure in caso di maltempo», ha sostenuto ancora Sargiotto, aggiungendo però che poi ne sono state chieste tre al dipartimento dello Sport della presidenza del Consiglio e sono state tutte concesse. «L’ultima scadeva il 28 febbraio. Dopo quella data non ci risulta alcuna nuova autorizzazione formale, eppure i lavori stanno andando avanti».

Secondo gli ambientalisti, il prolungamento del cantiere cambia radicalmente anche il quadro ambientale originario. «Questo progetto PNRR avrebbe dovuto rispettare il principio europeo DNSH - Do no significant harm, cioè non causare danni significativi all’ambiente. Le valutazioni erano state fatte ipotizzando un cantiere di 433 giorni e una sola stagione di nidificazione coinvolta. Adesso quei tempi si stanno praticamente raddoppiando. Quella valutazione non è più valida».

Nel frattempo, il parco sta già cambiando. Una delle opere più contestate è la passerella ciclopedonale da circa 1,4 milioni di euro. «Sono stati abbattuti alberi per collegare due aree che in realtà erano già collegate da un sottopassaggio poco distante – ha detto Accornero –. Hanno giustificato l’intervento con l’esigenza della ciclovia VENTO, ma lo stesso Paolo Pileri, uno degli ideatori del progetto, che si occupa di consumo di suolo e insegna al Politecnico di Milano, ha spiegato che quell’intervento lì non aveva senso».

Il professor Pileri, in passato, ha avuto anche un vivace scambio di opinioni con Francesco Tresso, l’assessore al Verde Pubblico. «La passerella è stata costruita in modo molto poco impattante», ha commentato Tresso con L’Unica. «In tutto sono stati tagliati non più di una trentina di alberi, ma ne abbiamo piantati più di 800. Abbiamo ristrutturato una cascina abbandonata da anni, tra l’altro piena di amianto: servirà ai frequentatori del parco per avere informazioni, alle scolaresche che verranno in visita. È una costruzione che c’era anche prima, usata da decenni per usi impropri a partire dalla prostituzione. L’unico cemento lo abbiamo usato lì, senza aggiungere niente. Per dire, è stata scartata anche l’idea di metterci un bar. L’obiettivo è di attrezzare uno spazio per offrire ai cittadini un’area di sport e benessere, rispettando il parco, le sue esigenze e anche le sue attuali utilizzazioni. Un esempio? Sono anni che i giovani pachistani che vivono e studiano in città vanno al Meisino a giocare a cricket, il loro sport nazionale. Presto avranno un campo attrezzato per farlo in sicurezza».

Secondo gli ambientalisti, il problema non è solo paesaggistico ma culturale: «Il Meisino era un luogo frequentato in modo molto rispettoso. Non si vedevano cartacce, non si sentiva musica, non c’erano episodi di vandalismo. Adesso invece si vedono monopattini, barbecue, fuochi, casse bluetooth. Le persone stanno iniziando a percepirlo come un parco urbano qualsiasi, non più come una riserva naturale».

Sargiotto ha insistito proprio su questo cambio di percezione: «Abbiamo già visto picnic in mezzo ai boschi, barbecue in aree dove prima nessuno si sarebbe sognato di entrare. La gente si comporta diversamente perché il luogo stesso sta cambiando identità. E quando una riserva naturale perde la sua identità, la perde per sempre».

Il Meisino è diventato anche il simbolo di una contraddizione più generale. Da una parte cresce la sensibilità ambientale, aumentano i festival dedicati al verde, le campagne sugli alberi e sul clima; dall’altra, però, continuano grandi interventi urbanistici all’interno delle aree naturali: «È greenwashing – ha confermato Sargiotto –. Tutti parlano di sostenibilità, di nuovi alberi, di transizione ecologica. Ma poi si continua a consumare suolo e a distruggere ecosistemi maturi».

Secondo Accornero, inoltre, «c’è una grande paura costruita attorno agli alberi. Si alimenta continuamente il timore dell’albero che cade. Ma è un errore di percezione. In Italia i morti causati dagli alberi sono pochissimi rispetto a qualsiasi altro rischio urbano. Però quella paura giustifica tagli, abbattimenti, interventi radicali». Intanto il cantiere continua e nessuno oggi sa con certezza quando finirà davvero. «Prima si parlava di marzo, poi di giugno – ha detto Sargiotto –. Non abbiamo idea delle tempistiche reali. Ma intanto il danno c’è già stato».

E forse è proprio questo il punto più doloroso per chi per mesi ha provato a fermare il progetto: la sensazione che alcune trasformazioni, una volta avviate, diventino irreversibili. «Una volta che hai tagliato un albero non puoi più riattaccarlo – ha concluso Accornero –. E certe perdite non riguardano solo noi. Riguardano anche le generazioni future».

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