La disfida del cioccolato
La maggioranza dei produttori si batte per ottenere il marchio IGP per il “gianduiotto di Torino”. Ma l’opposizione della Caffarel ha aperto una battaglia legale
Gigi Padovani
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«Ringrazio infine il gianduiotto, una delle prove dell’esistenza di Dio». Così lo scrittore torinese Bruno Gambarotta conclude il suo “noir” Il Codice Gianduiotto, pubblicato qualche anno fa. Come dargli torto, del resto? Quei cioccolatini a forma di prisma triangolare con gli spigoli arrotondati, realizzati con Nocciola Piemonte IGP (Indicazione geografica protetta) tostata (dal 30 al 45 per cento), cacao (minimo 25 per cento) e zucchero (dal 20 al 45 per cento), possono essere considerati – con il Vermouth di Torino IGP e i grissini (rubatà o stirati) – i veri ambasciatori del gusto della capitale subalpina.
Eppure, suo malgrado, il gianduiotto è ora al centro di una inaspettata “guerra” legale: da una parte c’è il comitato – composto da una quarantina di produttori artigiani e industriali piemontesi – che dal 2017 si batte per ottenere il riconoscimento del “Giandujotto di Torino IGP”; dall’altra c’è la multinazionale svizzera Lindt & Sprüngli – con un fatturato di 6,4 miliardi di euro, al settimo posto tra i produttori mondiali di pure chocolate – che si oppone al “disciplinare” proposto dal comitato.