L'Unica Torino

Vita di una badante romena a Torino

Il racconto di Letitia, 60 anni, originaria della Bucovina: «L’Italia è un posto molto accogliente (...) ma non ho visto crescere i miei bambini»

Sofia Olivero

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Vita di una badante romena a Torino
Foto: Unsplash

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Salgo sul bus diretto a Nizza, cerco il mio posto. Mi lascia passare una signora sulla sessantina, ben curata: sopracciglia sottili, unghie rifinite, montatura degli occhiali leggera. Chiede: «Va fino a Sanremo?». «No, fino a Nizza». «Allora saremo compagne di viaggio», commenta. Sembra abbia una flessione francese, un italiano leggermente impreciso. Letitia viene dalla Bucovina, nel Nord della Romania. È venuta in Italia molti anni fa per lavorare: ha sempre fatto la badante. «Non mi vergogno a dirlo», aggiunge. «È un lavoro dignitoso».

Il figlio con i nonni

È lei a chiedere di darci del tu. Cosa ti manca della Romania? chiedo. «Tutto», risponde. «A Torino mi trovo bene, ma sai, quando nasci e cresci in una terra, rimani legato ai tuoi luoghi, alle tue abitudini. E poi la gente, gli amici, la famiglia. Andando avanti con l’età vorresti avere vicini i genitori: è la ruota della vita».

Quando hai lasciato la Romania? «Me ne sono andata nel 2004, quando mio figlio piccolo aveva soltanto nove anni. Non ho più visto nessuno dei miei per tre anni: avevo il permesso di soggiorno, ma la Romania non era ancora nell’Unione europea. Avrei potuto rientrare dopo i primi due mesi, ma ho deciso di rimanere per non perdere il lavoro. Non sono mai andata in un bar o in una discoteca, neppure in un giardino. Ho sempre e solo lavorato per mantenere la famiglia».

Sei mai tornata? «Sì, quando la Romania è entrata in Unione europea. È stato un trauma: non abbracciavo la mia famiglia da tanto tempo. Anche sentirci era difficile: non c’era ancora Whatsapp. Andavo ai telefoni di Porta Nuova, mi mettevo in fila per aspettare il mio turno. In quei tre anni non ho visto crescere i miei bambini. Nel 2015 sono tornata a casa per un po’, ormai mia mamma era anziana, mi dovevo dedicare a lei. Sono rimasta là per cinque anni: sentivo il bisogno di staccarmi, avevo addosso una stanchezza più psicologica che fisica. Ho tirato su i miei figli, ma non mi sono vissuta nulla di loro, neanche l’adolescenza. Io credo che per capire certe cose bisogna viverle. Loro sono cresciuti, hanno preso le loro strade. Mia figlia, ad esempio, abita a Nizza. È per questo che sto viaggiando».

La stai andando a trovare? «Sì, lavora lì, nel ristorante brasiliano di mio genero. E anche gli altri due figli sono lontani, dalla Romania e dall’Italia. Vivono a Londra. Tutti e due».

La riunione una volta all’anno

Tutti insieme si ritrovano solo d’estate, in Romania: un compromesso per cercare di vedersi nonostante i periodi di ferie differenti. 

C’è un tuo momento preferito in questi giorni d’incontro? «In realtà non saprei dirti. Forse giocare insieme, ma in fondo niente di particolare: qualche grigliata, un picnic in montagna, un pranzo, una cena. Andiamo in piscina, al ristorante, solo per goderci tutti i momenti e i pochi giorni che ci rimangono da poter passare insieme. È un periodo che dura sempre troppo poco. E per me non è poi una vacanza in cui rilassarmi. Vado anche per lavorare: la casa è sporca, tutto è da mettere in ordine».

Qualcosa che ti fa paura, adesso, prima delle vacanze in cui rivedrai tutti? «Spero sempre di ritrovare tutti in salute. Quest’anno poi c’è una cosa che mi dispiace: una delle mie migliori amiche si è ammalata, ha un tumore a un polmone. Siamo amiche da quando eravamo ragazze e non abbiamo mai litigato davvero: ci sono stati degli scontri, a volte ce ne siamo dette di tutti i colori, ma ci siamo sempre ritrovate. Bastava un caffè e tutto tornava come prima. È una bravissima persona e questa cosa del tumore mi ha pesato tanto, è stato un fulmine a ciel sereno. Abita in Irlanda, ma l’ha scoperto in Romania: quando è rientrata ha fatto tutto – chemio, radio – ma non ne è uscita bene. Non riesce più a focalizzare le parole. Non riesco a mettermi in contatto, la distanza non aiuta. Quel che mi dispiace è che so che quest’estate non ci troveremo a raccontarci com’è andato l’anno. Non passeremo quei pochi momenti insieme. Un grande dispiacere».

Il viaggio sempre più caro

Quanto spesso vai da tua figlia, a Nizza? «Quando posso, per vedere i miei nipoti di 14 e 4 anni. Questa volta passerò il weekend, ma il viaggio è diventato un problema». Letitia mi fa un elenco di tutti gli ostacoli del viaggio. Prima andava in macchina, arrivava in quattro ore ed era comodo, ci voleva soltanto un po’ di tempo per trovare un parcheggio. Ma ormai l’autostrada costa troppo, la benzina ancora peggio e il parcheggio non si trova mai. Aggiunge con una risata ironica: «Non mi godevo neanche il paesaggio». Ha provato anche il treno: costa poco, ma bisogna cambiare a Ventimiglia, con un’ora di vuoto per la coincidenza: non ci sono più i diretti.

È cambiato viaggiare in questi anni? Ci sono più controlli? «In Francia i controlli ci sono sempre stati. Anni fa andavo in macchina anche in Romania, lì c’erano pochi controlli all’uscita. Più controllo all’entrata in Italia. Adesso ci vado in aereo; speriamo, ho preso il biglietto da mesi. Spero non facciano saltare la vacanza».

Che cosa ti piace di Nizza? «Il mare mi incanta», risponde. Mi racconta che quando suo figlio viveva ancora in Italia andava spesso in Liguria. Poi c’era stato un periodo in cui aveva assistito una signora che aveva la casa a San Lorenzo, era diventato uno dei suoi posti preferiti. Negli ultimi anni il mare di Nizza ha sostituito quello ligure. «L’unico problema è il francese», continua. «Non lo parlo e questo mi crea non pochi problemi: per esempio, quando non riesco a capire quanto dura la validità di un biglietto rischio di prendere la multa». Adora Place Masséna, così centrale e ariosa, immersa tra i palazzi eleganti, ma per lei la cosa più importante è rivedere i nipoti. Di uno mi ha mostrato la foto che le fa da sfondo sul cellulare. Dell’altra nipotina mi dice che sarebbe andata in Puglia in gita e che sa cinque lingue. Con orgoglio le ha elencate tutte: rumeno, francese, inglese, portoghese e italiano.

«È appassionata di disegno», racconta. «Ma non si sa cosa farà: a 14 anni non si hanno ancora le idee chiare». Com’è la scuola in Francia? Si trova bene? «Oh, lei è contentissima: la scuola è cara, ma le piace tantissimo».

È difficile gestire il rapporto a distanza con i nipoti? Quali sono i modi migliori per tenersi in contatto? «Non è facile, la distanza si fa sentire: dieci/quindici minuti di chiamata non sono la stessa cosa. I miei figli erano a fianco di mia mamma, dormivano e mangiavano vicino a lei. C’era un rapporto diverso. Io preferisco non sentirli tutti i giorni: mi informo se sono in salute. A dire la verità, come la vivo io, il rapporto è distaccato. Non riesci a goderti i nipoti, non è come vederti una volta a settimana, prendere il gelato insieme. Anche con il mio lavoro, l’impegno con anziani e malati, non riesco a staccarmi facilmente».

Perdere il lavoro significa perdere la casa

Hai mai pensato di trasferirti a Nizza, per stare con loro? «No, in Italia mi sono trovata bene da subito. Certo, ho incontrato gente brava e meno brava come in tutto il mondo, ma poi dopo tanti anni non andrei da altre parti. Infatti, anche dopo cinque anni in Romania sono tornata qui. Sono sola, non mi appoggio a nessuno. L’Italia è un posto molto accogliente, mi sono adeguata e integrata: ho preso la patente, ho studiato, ho preso la terza media. Ho trovato un lavoro, volevo lavorare come OSS, ma avrei dovuto smettere di fare la badante e ho rinunciato. Io se perdo il lavoro poi rischio di perdere anche la casa, vivo il trauma che vale per tutte le badanti. Ci si ritrova dall’oggi al domani senza lavoro e senza casa. Psicologicamente è difficile: io l’ho vissuto nell’ultimo anno. Lavoravo con una signora di 96 anni. La figlia l’ha portata via perché non avevano più soldi. Mi sono trovata fuori casa, sono andata da un’amica, ho trovato un lavoro e sono stata quindici giorni da una persona che non mi ha neanche pagato. Poi ho trovato a Rivoli, c’erano due sorelle, ma loro non volevano badanti: facevano tutti i tipi di dispetti. Dopo tre mesi sono andata via. Ho trovato un’altra signora, ma dopo tre mesi è mancata. Ho cambiato sei case: non è facile».

Arriviamo a Nizza e il nostro viaggio prosegue in treno fino alla stazione di Nice-Ville. Ci salutiamo e mi lascia il biglietto da visita del ristorante di sua figlia: «Buona permanenza a Nizza, e buon mare», mi dice. «Sulla nostra via ci sono sempre persone messe dal Signore, persone che devi conoscere. Non è un caso. Ci sono anche tante persone che non ti guardano neanche in faccia: “Sei straniera e non dovresti neanche essere qui”».

Secondo l’Osservatorio INPS sui lavori domestici, nel 2024 in provincia di Torino lavoravano oltre 36 mila lavoratrici e lavoratori domestici (più di 17 mila badanti e circa 19 mila colf). Di questi, quasi 3 mila avevano dai 65 anni in su. A queste cifre, stando ai dati dell’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, andrebbero aggiunti dai 23 ai 25 mila casi di lavoratori e lavoratrici in nero.


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