L'Unica Genova

Una stanza dove spaccare tutto per sfogare la rabbia

A Bolzaneto una delle prime “rage room” in Italia. L’80 per cento della clientela è femminile

Roberto Orlando

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Una stanza dove spaccare tutto per sfogare la rabbia
Una stanza della rabbia appena allestita per una sessione di 15 minuti – Foto: Roberto Orlando

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C’era una volta l’angelo del focolare. E magari qualcuno lo vorrebbe ancora, solo che adesso quando si arrabbia indossa caschetto e armatura di plastica, impugna un piede di porco e sfascia tutto nella “rage room” di Anger Games. Attenzione, c’è solo assonanza con la saga cinematografica di Hunger Games. Qui, se si vuole cercare qualche analogia hollywoodiana, siamo più vicini a Fight Club, anche se per scaricare lo stress e dimenticare le angherie della quotidianità non si combatte contro qualcuno, ma si infierisce sulle cose, peraltro già destinate inderogabilmente alla discarica, chiusi dentro un ambiente protetto e a rischio zero. Ed è forse anche per questo motivo che l’80 per cento della clientela di Anger Games è composto da ragazze, mamme e persino nonne ottuagenarie, che invece di prendersela con colleghi di lavoro, fidanzati e consorti, trovano pace così, abbattendo colpi di mazza su bottiglie e televisori, lavatrici in disarmo e tablet dismessi, vecchie lampade e lastre di metallo, fino ai tradizionali piatti e bicchieri protagonisti assoluti dello sfogo di rabbia tra le mura domestiche.

La vestizione

Siamo a Bolzaneto, al pianoterra di un edificio moderno che si trova quasi sotto l’incrocio degli “svincoli micidiali” che smistano il traffico verso Sant’Olcese, Pontedecimo e il santuario della Guardia. Cecilia ha 25 anni e sta completando la cerimonia di vestizione: fissa i parastinchi, allaccia con cura le ginocchiere, indossa un giubbotto nero rinforzato con placche di plastica rigida e, ormai trasformata in tartaruga ninja, raccoglie i capelli sulla nuca, calza una retina igienica e infila casco e occhiali di sicurezza.

Pronta? «Sì, proviamo dai. Per me è la prima volta. È un regalo di compleanno dei miei amici, un po’ per scherzo: pensano che abbia bisogno di sfogarmi... Ma io in realtà mi sfogo già abbastanza in palestra», ha raccontato a L’Unica. Cecilia è accompagnata da un ragazzo che sorride sornione, ma sarà solo lei a entrare nella “stanza della rabbia”, con la promessa di rivederci per i commenti finali quando avrà sterminato l’esercito di bottiglie e sfondato le corazze di un plotone di monitor e personal computer messo a disposizione dallo staff di Anger Games. È tutto materiale di recupero, frutto di donazioni oppure proveniente dallo sgombero di appartamenti.

Le stanze dello sfogo sono modulabili e possono accogliere fino a otto persone contemporaneamente. Le pareti e il pavimento dell’ambiente, che ovviamente non ha finestre, sono foderati di spessi pannelli di legno pressato, ai quali, tra le cose da sfasciare, vengono affisse lastre di metallo a prova di mazza e di energumeno. Ci sono tre diversi tipi di allestimenti: basic, premium e deluxe. Dipende dal tipo e dalla quantità di oggetti che si vogliono fare a pezzi. I prezzi, per 15 minuti di sfogo, variano dai 40 ai 60 euro per i singoli. Poi ci sono pacchetti con tariffe variabili per due o più partecipanti.

I più esigenti possono aggiungere altri oggetti a scelta, pagando s’intende: un televisore costa 25 euro, così come una fotocopiatrice-scanner-stampante in disuso. Chi vuole, però, gli oggetti da ridurre in frantumi se li può anche portare da casa. Inoltre, un po’ come in Tomb Raider, si può incrementare l’armamentario: una mazza da baseball, un tubo in lega di alluminio ammaccato, una specie di piccozza. Tutto a cinque euro. Di default ai partecipanti viene fornito un piede di porco.

Demolizione di coppia

Cecilia entra proprio mentre dalla stanza attigua escono esausti, ansimanti, ma felici, Luca e Francesca. Hanno entrambi 35 anni e arrivano da Imperia. Lui è un ragazzo alto, con gli occhi vivaci, lei è una ragazza minuta e sorridente. Che esordisce: «Bello! Ha un effetto quasi catartico». Dalla stanza della rabbia di Cecilia parte una musica a palla, ritmo decisamente martellante, consono del resto alla circostanza. Così usciamo all’aperto per parlare con più calma.

E Luca subito ribadisce: «Secondo me funziona, è liberatorio. Chi fa lavori stressanti o magari ha soltanto avuto una brutta giornata viene qui e si scarica. A me ha regalato l’ingresso Francesca per il mio compleanno, perché dei due quello nervoso sono io. Siamo di Imperia, ma mio fratello abita a Genova e quando Francesca ha saputo che qui c’è Anger Games mi ha regalato una sessione di prova. È stato anche impegnativo sul piano fisico, ora sono persino stanco».

Francesca si addentra anche nella sfera emotiva della battaglia appena conclusa: «A un certo punto mi sono concentrata su un pensiero sgradevole e mi è venuto da piangere mentre spaccavo una bottiglia. Poi mi sono riavuta e ho ripreso a giocare. Comunque sì, è faticoso, mi fanno pure male le mani a furia di colpire oggetti col piede di porco».

Il monitor nella saletta dell’accoglienza mostra Cecilia alle prese con quel che resta delle cose che ha già ridotto in mille pezzi. La musica continua a pompare e la ragazza comincia a dare qualche segno di cedimento: i suoi colpi hanno meno vigore e ogni tanto si prende anche una pausa. Però non molla, arriverà fino alla fine dei quindici minuti di sfogo, omaggio divertito e divertente dei suoi amici. «Ma sì, in fondo è un bel gioco e mi sento più rilassata», ha confermato Cecilia a L’Unica. «Ho pure scoperto che non potrei mai fare il falegname: con gli oggetti di legno non ho proprio dimestichezza. Comunque mi sono divertita, è un’esperienza non molto diversa da un’ora di palestra, in più c’è soltanto una percentuale di violenza. Però contro le cose, quindi che male c’è?».

Foto: Roberto Orlando

«Beh, certo», hanno confermato divertite Rosy e Jasmine che sono appena arrivate e si preparano per il loro turno di mazzate. «Ma solo perché con le persone non si può, sennò magari due o tre le potremmo anche portarle nella stanza con noi ahah».

Rosy, ha 31 anni ed è impiegata amministrativa, Jasmine ne ha 33 e fa l’operaia. Foto di rito prima dell’ingresso e poi via a distruggere tutto in una stanza con allestimento basic per due persone.

Com’è nata l’idea

Alessio Albanese, 44 anni, è il titolare di Anger Games. Aveva avviato l’attività quattro anni fa con due amici di vecchia data: un compagno di liceo e un collega del servizio civile.

«Volevamo inventarci un’attività da affiancare alle nostre occupazioni principali», ha spiegato a L’Unica. «Io per esempio ho una vetreria. Così abbiamo cercato un po’ su internet e abbiamo scoperto le “rage rooms”. Aprirne una non è stato così semplice, perché siamo i primi e in Comune non sapevano bene che tipo di licenza rilasciare. Poi naturalmente una soluzione si è trovata: non servono permessi particolari, è un’attività ludica come può essere una sala giochi. Perché quel nome? Anger Games è il marchio del franchising al quale ci eravamo affiliati».

In Italia ci sono altre quattro sedi: a Torino, Milano, Bologna e Roma.

«Chi vuole giocare firma una manleva, lascia un documento alla reception, poi una volta nella stanza è responsabile di quello che fa. Abbiamo pure la videosorveglianza, per ragioni di sicurezza. Anche se nella stanza per farsi male bisogna proprio volerlo, sennò è impossibile. La clientela? Donne all’ottanta per cento, così come nella gran parte dei casi le stanze sono frequentate da coppie: due ragazzi, due ragazze oppure maschio e femmina. Ma sono venute anche famiglie intere, nonna 83enne compresa, per giunta simpatica: diceva che in cinquant’anni di matrimonio ne aveva rotti di piatti, ma non si era mai divertita così», ha aggiunto.

Alessio Albanese, il titolare di Anger Games – Foto: Roberto Orlando

Il cliente tipo? In genere chi lavora a contatto con il pubblico, in ambito sanitario e anche scolastico. Poi soprattutto impiegati e dipendenti di supermercati. «Chi viene da solo, in genere lo fa per motivi diciamo “psicoterapeutici”. Anche se ci sono orientamenti diversi: alcuni psicologi mandano i loro pazienti, altri invece ritengono che la stanza non serva a niente. La rage room è un’invenzione giapponese e nasce per scaricare tensione, il nervosismo accumulato sul posto di lavoro, le rigidità di un’organizzazione sociale basata sulle buone maniere e sulla disciplina», ha detto il titolare, specificando però che da noi le cose sono un po’ diverse. «Intanto, mostrare la rabbia è un tabù: anche soltanto mettersi a urlare per strada per sfogarsi è una cosa da non fare. Io considero la rabbia, metaforicamente, una sorta di nudità del comportamento: c’è la nudità del corpo, che pure quella è appunto un tabù, e quella della mente. Se ogni tanto ci lasciassimo andare un po’ di più, provassimo a dare ascolto alla parte più ancestrale dell’essere umano, in cui la rabbia è insita, ci renderemmo conto che la vita è molto più semplice di quanto si voglia credere. Diamo troppa importanza al lavoro, ai soldi, siamo sempre con antenne dritte e quindi ansia, depressione, atteggiamenti violenti».

Che la rage room potrebbe però stimolare, o no? «Qualcuno sostiene che la stanza della rabbia è un’istigazione alla violenza. Io penso che la rabbia non sia provocata da un mio manifesto pubblicitario che mostra una persona tutta bardata che colpisce oggetti con un piede di porco, credo invece sia più probabile arrabbiarsi ascoltando un tg che annuncia che le pensioni sono aumentate di tre euro», ha detto ancora Albanese. «Noi per paradosso non accettiamo che ci sia una rage room però accettiamo che ci sia la guerra, che ci siano omicidi e brutalità, accettiamo i toni violenti di un personaggio politico in tv oppure consideriamo normale azzuffarsi sui social per motivi spesso irrilevanti. Devo dire che proprio per queste stesse ragioni ero convinto che qui da noi ci sarebbe stata la coda tutti i giorni. Invece gente ne viene, ma senza esagerare. Forse perché un conto è essere aggressivi davanti al display dello smartphone, un conto è impugnare una mazza e sfogarsi».

Ma nemmeno Alessio ha mai provato la sua rage room e lo ha spiegato così a L’Unica: «Anch’io, come tutti, ho i miei momenti di nervosismo, ma senza eccessi. Penso che se qualcuno riuscisse a portarmi al limite estremo sarei più propenso a risolvere la questione in stile Fight Club».

Rosy e Jasmine escono dalla stanza sorridendo e sbuffando dopo i loro quindici minuti di follia controllata. «Ora sì che siamo scariche. Noi facciamo anche pole dance, ma questa è tutta un’altra storia», ha spiegato Rosy a L’Unica. «Mentre ero lì che me la prendevo con un computer ho pensato che a volte molte situazioni si potrebbero risolvere, magari mandando all’inferno chi ti fa un torto. Invece non si fa, si tiene tutto dentro anche soltanto per buona educazione. E allora ben venga la rage room. Noi torneremo».

Freud probabilmente avrebbe apprezzato, mentre la psicologia moderna è un po’ più scettica. Alessandra Lancellotti, psicoterapeuta genovese, ha spiegato a L’Unica che si tratta di «un nuovo gioco, ma da qui a dire che possa avere effetti terapeutici ce ne vuole. In fondo è un po’ come tornare bambini, quando si spacca tutto per non saper ancora gestire la rabbia o più semplicemente per richiamare l’attenzione degli adulti».

Questa puntata di L’Unica Genova termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.

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“Bel progetto, che seguo fin dall’inizio. Articoli accurati, argomenti vari. Mi sono iscritta a Genova senza essere genovese, perché amo quella città e sono convinta che bisogna cambiare l’informazione locale, rendendola in qualche modo aperta a tutti. Anche da lontano, le cose che leggo e che non conoscevo sono interessanti. L’Unica conferma che uno sguardo dal basso, per così dire, può davvero essere l’occasione per creare nuove consapevolezze. Grazie e complimenti, continuate così”.

— Lucia G.

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