A Savigliano un mondo in miniatura
Dal 9 maggio a Palazzo Muratori Cravetta la mostra “Monumentini”, il volto adulto delle costruzioni con il Lego
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Mattoncino su mattoncino viene su un grande mondo, quello di Lego. A dire il vero, più che un mondo è un universo con molte sfaccettature: gioco per bambini o per incalliti collezionisti, strumento di comunicazione e socializzazione, può diventare espressione artistica oppure, addirittura, essere leva imprenditoriale. Dal 9 maggio, a Savigliano, Lego sarà anche una mostra. Una di quelle che cambiano il modo di osservare. Si chiama “Monumentini”, e sarà allestita a Palazzo Muratori Cravetta.
Una mostra dove i monumenti italiani non sembrano più distanti o addirittura irraggiungibili: diventano accessibili. Con i mattoncini si mette in atto un ribaltamento sottile, ma evidente. La Mole Antonelliana, il Duomo di Milano o la Fontana di Trevi non perdono importanza nella versione in scala. Al contrario, acquistano chiarezza. Come se togliere grandezza restituisse senso.
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Costruire, smontare, ricostruire
L’autore dei “monumentini” è Luca Petraglia, artista milanese, classe 1991. «Da un certo giorno non ho più smesso di costruire e i mattoncini Lego sono diventati la mia arte», ha raccontato a L’Unica. Quel “certo giorno” risale a quando era bambino, quando una scatola aperta per caso è diventata un gioco irrinunciabile. Tutto il percorso artistico di Petraglia è all’insegna della continuità e di un mantra inesauribile: «Costruire è tanto importante quanto smontare e poi ricostruire».
Le opere sono interpretazioni fedeli. Petraglia lavora sulla struttura, sulla geometria, sull’equilibrio degli edifici. Elimina il superfluo, trattiene l’essenziale. È una forma di sintesi, più che di riproduzione.
«Mi è sempre piaciuto riprodurre le città», ha detto ancora. Infatti, ciò che emerge dal suo lavoro non è una sequenza di monumenti isolati, ma un vero sistema che si sviluppa in una sorta di geografia culturale. In ogni città, anche la più piccola, c’è un edificio che la rappresenta: spesso è una chiesa, un centro, un punto di riferimento per gli abitanti.
Il lavoro di Petraglia parte proprio da lì, dalla funzione dei luoghi, prima ancora che dalla loro forma. Ma un altro elemento attraversa tutte le opere: il tempo. Costruire con i Lego significa accettare una lentezza inevitabile. Non esistono scorciatoie. Ogni errore impone di tornare indietro, smontare e rifare. È un processo che assomiglia più all’artigianato che alla produzione di una multinazionale del gioco. E infatti Petraglia lavora per stratificazione, per tentativi. Nel suo studio, passa anche quindici ore al giorno tra i mattoncini. Un dato che più che stupire, spiega: dietro all’apparente leggerezza del risultato c’è una disciplina rigorosa.
A volte può succedere che il contesto che accoglie la mostra amplifichi il messaggio. Fino a domenica 3 maggio i “monumentini” di Petraglia sono esposti nell’Imbiancheria del Vajro, a Chieri, sulla collina torinese. Non è una sala neutra, ma uno spazio che porta con sé una storia industriale, una memoria concreta. Qui i “monumentini” dialogano con macchinari, filature e, ancora una volta, trasformazioni. Anche la ciminiera distrutta nel 2019 è ritornata, ricostruita in miniatura. Non come nostalgia, ma come presenza.

Non soltanto bambini
Il pubblico risponde: famiglie, curiosi e persone che forse non entrerebbero mai in una mostra di architettura. Gli appassionati, ovviamente, rappresentano la parte più rilevante. Del resto, ci sarà un motivo se esistono in tutto il mondo gruppi organizzati di giocatori. Anche a Cuneo, dove dal 2016 i soci di Alter Lego organizzano incontri per ritrovarsi e costruire ogni volta nuove esperienze marchiate Lego, alternando mostre (l’ultima il 29 marzo alle Gallerie del territorio a Madonna dell’Olmo) alle attività di sostegno per i bambini ricoverati in ospedale.
Ma l’azienda danese che dal 1932 costruisce i mattoncini ha fondamenta ben più solide di quelle in plastica bucherellata. Nel 2025 ha chiuso con ricavi in crescita a doppia cifra e utili in aumento. Un dato in forte controtendenza, quando una parte consistente del settore giocattoli rallenta tra inflazione, contrazione dei consumi e cambiamento delle abitudini. Questo proprio perché Lego non è soltanto un produttore di giocattoli ma un ecosistema con set per bambini, collezioni per adulti, collaborazioni con grandi franchise, prodotti sempre più complessi e segmentati. Non esiste più un solo pubblico. Esistono pubblici diversi, con esigenze diverse.
Negli ultimi anni il segmento degli adulti è diventato centrale. Non è un dettaglio. È un cambio di paradigma. Il mattoncino non è più solo gioco, ma esperienza. Costruire diventa un’attività che ha a che fare con il tempo libero, con la concentrazione, perfino con il benessere. In questo senso Lego intercetta una domanda nuova: quella di attività manuali, lente, in un contesto sempre più digitale.
Se ti interessa partecipare alla mostra “Monumentini” a Savigliano a questo link trovi tutte le informazioni necessarie.
Un “gioco serio” per i manager
Che Lego non sia solo montare mattoncini su mattoncini lo sanno bene i manager che hanno sperimentato il metodo Lego serious play, pensato per aiutare a lavorare sulle idee attraverso modelli tridimensionali. L’obiettivo? Migliorare comunicazione, creatività e capacità di affrontare problemi complessi. Chi utilizza questo metodo lo spiega in modo diretto: costruire con le mani permette di «rendere visibili concetti che altrimenti resterebbero astratti». Un approccio che, a prima vista, può sembrare paradossale: usare un gioco per affrontare temi complessi come strategia, identità aziendale o gestione dei conflitti.
«È un metodo sviluppato 22 anni fa e che ha portato alla creazione di uno spin-off della Lego. È una strategia che mira a sbloccare un potenziale che altrimenti rimarrebbe inespresso», ha spiegato a L’Unica Per Kristiansen, manager danese che ha divulgato in Piemonte questa metodologia. «Tutti lavorano con l’idea di fare bene, ma non sempre riescono a trovare le parole per dirlo. Con questo percorso acquisiscono una voce. Il principio è semplice. I partecipanti costruiscono con i mattoncini modelli che rappresentano idee, problemi o scenari. Non si parte da una discussione astratta, ma da un oggetto concreto. Con i Lego i bambini costruiscono la loro realtà e il concetto vale anche per gli adulti: i mattoncini sono una metafora. Questo permette di rispondere anche alle domande più difficili, come ad esempio: chi sei?».
La risposta non arriva dalle parole, ma da ciò che si costruisce. «Sì, perché quello scenario che realizziamo dice chi siamo, chi vorremmo essere, chi sono i nostri antagonisti. Così, sul piano del business, emerge anche che cosa manca all’azienda, quali valori». Il lavoro si sviluppa in gruppo. Ogni partecipante costruisce il proprio modello, ma il passaggio decisivo arriva alla fine, quando tutto viene unito. «La riunione si conclude con una sintesi: si crea un’unica struttura, un paesaggio che unisce tutte le creazioni e in qualche modo le comprende. Ci sono fili che collegano i lavori: è lì che emerge la visione comune». Il metodo viene utilizzato in contesti diversi: dal team building al problem solving, fino alla simulazione di scenari complessi. «Può essere utile per valutare situazioni reali. Ad esempio, se crolla la borsa: quali sono le conseguenze possibili?».
Gioco, formazione, arte: tutti i volti dei mattoncini
Poi c’è la sostenibilità. Tema centrale, ma anche delicato. Lego ha investito in materiali alternativi alla plastica tradizionale, in processi produttivi più efficienti, in un racconto aziendale che mette al centro la responsabilità ambientale. Non è un percorso concluso, ma è diventato un elemento identitario. Tutto questo spiega la crescita, ma non basta ancora. Lego è uno dei pochi prodotti che riesce a stare contemporaneamente in più dimensioni. È gioco, ma anche collezione. È passatempo, ma anche strumento educativo. È oggetto, ma anche linguaggio.
E qui torniamo a ciò che si vedrà in mostra a Savigliano. Il lavoro di Luca Petraglia è una dimostrazione concreta di questa trasformazione. I mattoncini diventano architettura, racconto, interpretazione. Non perdono la loro natura, ma la estendono. Che cosa resta dopo aver visitato la mostra? Non solo la meraviglia tecnica o la precisione dei dettagli. Ma la sensazione che costruire sia ancora uno dei modi più concreti per capire il mondo.
Questa puntata di L’Unica Cuneo termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
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