L'Unica Asti

Torna il derby, ma lo stadio non è all’altezza

La lunga storia del Censin Bosia. Il presidente dell’Asti racconta di pagare i lavori di tasca sua: «Il Comune dovrebbe venirci incontro»

Enzo Armando

8 min read
Torna il derby, ma lo stadio non è all’altezza

Vuoi aiutarci a migliorare L’Unica? Compila questo breve questionario, richiederà pochi minuti del tuo tempo. Grazie.

La prossima sarà la stagione in cui ritornerà, in serie D, il derby tra Asti e Alessandria. L’ultima volta in cui le due squadre piemontesi si erano affrontate risale a 22 anni fa, nel campionato di Eccellenza: i “galletti” astigiani e i “grigi” alessandrini si sfidarono allo stadio Censin Bosia di Asti in pieno inverno, il 4 gennaio 2004: la partita finì 2-2. Per l’Asti segnò due volte Fausto Pagani, tra l’altro un ex che qualche anno prima aveva giocato con i rivali.

Mentre il Moccagatta, lo stadio di Alessandria, negli ultimi anni è stato tirato a lucido tanto da essere omologato non solo per la serie B, ma anche per le competizioni internazionali, l’impianto comunale astigiano – intitolato a un portiere che nel 1926 vinse uno scudetto con il Torino – è in piena decadenza, con la gradinata centrale impraticabile e abbandonata a sé stessa. Sorgono quindi dubbi che il derby atteso da più di vent’anni si possa giocare ad Asti, se non a porte chiuse. L’Alessandria ha al suo seguito sempre intorno ai 600 tifosi e quella che è stata definita la “gabbia”, la zona recintata per i sostenitori ospiti voluta dalla Questura nella curva accanto all’ingresso, ne può contenere al massimo 240.

«Stiamo pensando di implementare la tribuna laterale con altri 400 posti», ha spiegato a L’Unica il presidente dell’Asti Bruno Scavino, fondatore e titolare della Brumar, un’azienda attiva nel settore dei ricambi e delle macchine da giardino. «Poi c’è da sistemare l’impianto delle luci: il Comune dovrebbe venirci incontro. Stiamo facendo un sacco di cose a cominciare dalla cura del terreno di gioco, ma sono tutti investimenti personali. Quando dico che sono solo è perché non c’è nessuno che mi aiuta».

Nel 2024 lo stadio è stato affidato per nove anni all’Asti, con una convenzione che impegna la società a sobbarcarsi spese per 416 mila euro per i lavori di cui necessita l’impianto. Oltre alle diverse utenze legate a luce, acqua e gas.

«Stiamo cercando di fare tutto quanto abbiamo concordato con il Comune – ha detto ancora Scavino – e a spese nostre stiamo mettendo a posto lo stadio. Ripeto: in pratica è tutto sulle mie spalle. Tutti gli anni partiamo con un budget di 100 mila euro che potremmo utilizzare per rinforzare la prima squadra e implementare il settore giovanile». Idee e progetti non mancano: «Lo stadio diventerà la “casa” dell’Asti, tutte le nostre squadre giocheranno al Censin Bosia, dalle giovanili alla serie D. Questo però comporterà ulteriori sacrifici economici, perché non potremo più affittare l’impianto».

La squadra e lo stadio

Con la nascita dell’Associazione Calcio Asti (ACA) nell’agosto 1932 – voluta dal ragioniere Vittorio Marchia, l’imprenditore della carta benemerito dello sport astigiano – nacque l’esigenza di avere uno stadio all’altezza delle aspettative, tanto più che la città ambiva a diventare capoluogo di provincia (fino al 1935 Asti era “sotto” Alessandria). Nell’anno del debutto, l’Asti fu ammessa al campionato di Seconda Divisione, quarto gradino del calcio nazionale, paragonabile alla serie D di oggi. I colori della maglia erano i tradizionali bianco e rosso della città.

Fino a quel momento, le partite in città si giocavano nel primo impianto comunale, inaugurato al Fortino il 1° novembre 1924, intitolato a Pilade Bussolino (1900-1924), terzino dell’Unione Calciatori Astigiani (UCA) – società sorta nel 1921 dalla fusione dell’Asti Football Club con la Fulgor – morto il 20 ottobre 1924 dopo il match in trasferta allo Stadium di Alessandria. Un derby come quello che dovrebbe disputarsi l’anno prossimo: corsi e ricorsi storici.

I lavori per il nuovo stadio voluto dal fascismo cominciarono alla fine del 1932 sul terreno di Villa Bologna, in cima a via Petrarca, utilizzando le stesse tribune di legno dipinte di rosso che erano state innalzate nell’ormai superato “Bussolino”. Nel 1937, su progetto dell’ufficio tecnico comunale, venne inaugurato il “Campo sportivo del Littorio”. I lavori terminarono dopo la guerra, ma le prime partite vennero comunque già giocate in quell’anno con le tribune ancora in legno.

Alla metà degli anni Cinquanta lo stadio venne sostanzialmente ricostruito (ma ancora non del tutto), su progetto del geometra Ugo Scassa, dotandolo di una tribuna coperta, delle gradinate dei “posti popolari” e di una pista di atletica che per molti anni fu considerata tra le migliori del Piemonte.

Fu la giunta guidata dal sindaco democristiano Giovanni Viale (1951-1960) a intervenire, deliberando la costruzione del nuovo campo sportivo comunale, opera che venne realizzata in gran parte grazie a un mutuo stipulato con la Banca Nazionale del Lavoro. La vecchia staccionata in legno fu sostituita con una nuova in muratura e cemento. Vennero inglobati i due ingressi su via Foscolo, oggi tinteggiati con i colori bianco e rosso. I tempi di costruzione del nuovo complesso, compresi i servizi e la scala sotterranea di collegamento spogliatoi con il campo di gioco, furono brevi: undici mesi in tutto.

Lo stadio negli anni Cinquanta

Nel settembre 1955 venne inaugurato il nuovo stadio comunale, più o meno come si presenta ancora oggi, con tribune in cemento armato a sostituire la tribunetta in legno degli anni Trenta: verso Ovest quelle del tifo astigiano, quelle a Est destinate al settore ospiti.

Lo stadio negli anni Cinquanta

Le stelle sul campo

Lo stadio di Asti, nei suoi 94 anni di storia, non ha visto in azione soltanto calciatori di provincia. Nei primi anni Settanta a calcare il campo del Comunale fu Giancarlo Antognoni, futuro campione del mondo con la Nazionale di Bearzot, che nel 1972 sarà venduto alla Fiorentina per la cifra di 435 milioni di lire, un record per un calciatore di serie D.

Un affare per il club astigiano: Antognoni era arrivato in città giovanissimo, per pochi soldi, accompagnato dai genitori. «Non fu facile trasferirsi ad Asti», ricorderà in una intervista. «Ero ancora un mammone, legatissimo alla famiglia, a mia madre. Anche i miei genitori erano preoccupati. Uscivo per la prima volta di casa, sparivo nelle nebbie astigiane». «Partimmo e scendemmo dal treno molte ore dopo. Ci dettero appena il tempo di cambiarci: ci misero subito a giocare in una mista di ragazzi. Andò bene. Venni preso. Costai tre milioni e mezzo».

Antognoni, nell’Asti, giocò solo un paio di stagioni. Ma il suo arrivo segnò l’inizio degli anni più gloriosi del calcio astigiano, che raggiungerà l’apice nel 1984 con la promozione in C1. Le tribune erano sempre gremite e il record di spettatori lo si raggiunse in un Asti-Lanerossi Vicenza, con in campo un’altra futura leggenda del calcio italiano: tra i veneti, con il numero 10, giocava un certo Roberto Baggio.

Nel 1990, lo stadio ospitò gli allenamenti e qualche partitella del Brasile in occasione dei Mondiali del Novanta, quelli delle “notti magiche”. I brasiliani erano impegnati nel girone eliminatorio tra Genova e Torino, e avevano scelto Asti come quartier generale. Così come avevano fatto, dieci anni prima, i greci di Thomas Mavros, uno dei più grandi calciatori nella storia del suo Paese, attaccante da decine di gol, tanto da sfiorare la vittoria nella “Scarpa d’oro”, il premio che ogni anno premia il miglior marcatore d’Europa. Una classifica, per rendere l’idea, che in tempi recenti ha visto più volte vincitori Leo Messi e Cristiano Ronaldo.

La nazionale greca si stava preparando per la fase finale dei campionati europei, e il 17 maggio 1980 nello stadio di Asti giocò un’amichevole contro una selezione locale, composta di giocatori dell’Asti e del Torretta Santa Caterina, la seconda squadra della città che qualche settimana più tardi si sarebbe fusa con la prima in vista del successivo campionato di serie C2.

A marcare Mavros c’era Maurizio Zanutto, capitano e “bandiera” dell’Asti per tutti gli anni Settanta: il greco, quella sera, combinò poco. «Fu la mia notte magica», ha raccontato a L’Unica. «Vincemmo noi per 1-0 e i nostri avversari greci non la presero molto bene. Si scaldarono un po’ gli animi alla fine. Avevo cominciato a pensare alla partita già nel sottopassaggio. Quando salii la scaletta e vidi tutta quella gente provai un’emozione enorme». Sugli spalti c’erano seimila persone.

Dai fasti al declino

«Lo stadio oggi è un po’ malandato», ha detto ancora Zanutto. «Quando giocavo io, i “popolari” erano sempre pieni all’inverosimile. Sotto la gradinata c’era anche il bar». L’ex difensore, classe 1951, è ancora in perfetta forma e ha la memoria lunga. La sua prima partita in quello che si chiamava ancora Stadio Comunale risale al 15 giugno 1969: «Era la penultima giornata e noi stavamo retrocedendo in serie D. Giocavamo contro il Treviso e ricordo che marcavo il loro centroavanti Cei. Segnò proprio lui il gol decisivo, quello che ci fece perdere la partita».

Sul finire degli anni Novanta avvenne un fatto epocale per l’impianto di via Foscolo che nel frattempo, nel 1995, era stato intitolato a Vincenzo “Censin” Bosia, uno dei pochissimi calciatori astigiani ad aver vinto uno scudetto: la struttura venne affidata tramite bando all’Asti, allora retta da una triade di dirigenti composta da Gian Maria Piacenza, Remo Turello e Pietro Chiesa. Alla società biancorossa andarono 100 milioni di lire per la gestione.

Furono gli ultimi denari spesi dal Comune per lo stadio. Qualche anno dopo Vittorio Massano, dentista di professione, sindaco di San Martino Alfieri e proprietario della Nova Colligiana – squadra che giocava a San Damiano e che si fuse con l’Asti – sparigliò le carte e si aggiudicò la gestione mettendo nell’asta al ribasso la cifra di un euro.

Il declino definitivo si verificò con le sciagurate gestioni successive di Pier Paolo Gherlone e della famiglia Catarisano, accusata di essere al vertice di una “locale” della ‘ndrangheta. Il terreno di gioco divenne zona di pascolo per il cavallo del presidente, il bar si trasformò in un ritrovo di malavitosi. La strada verso la bancarotta era segnata.

Il 6 luglio 2017 l’Asti Football Club è dichiarato fallito. A salvare il calcio cittadino ci pensa Ignazio Colonna, proprietario del Colline Alfieri, una squadra che disputava il campionato di Eccellenza: Colonna cambia il nome della società in Alfieri Asti e assume i colori biancorossi e il simbolo del Galletto. Due anni dopo la squadra tornerà a chiamarsi semplicemente Asti.

E lo stadio? Paradossalmente, il Censin Bosia non se la passava male. Anzi. Nel 2018 viene rigenerato anche per permettere lo svolgimento del “Mamma Cairo”, il torneo giovanile riservato alle squadre Primavera organizzato da Urbano Cairo, editore del Corriere della Sera e presidente del Torino. Siamo nel 2018: la ristrutturazione è costata 80 mila euro, 30 dei quali versati dal Comune. Una parte della cifra venne stanziata proprio dal Torino Football Club, che si occupò anche della manutenzione del terreno di gioco.

Tante le migliorie, a iniziare dalla capienza che a oggi è di 1.430 spettatori. La tribuna centrale è stata ristrutturata e al momento è anche l’unica omologata a ospitare i tifosi. Lavori vennero effettuati anche per la biglietteria e gli spogliatoi, fu rifatto a nuovo anche il bar. 

Sono passati altri otto anni e quell’intervento non basta più. Il presidente Scavino, abbiamo visto, ha annunciato di fare «un sacco di cose» a sue spese. «Il Comune dovrebbe venirci incontro», ha aggiunto. Una speranza lecita, perché sarebbe davvero brutto dover giocare il derby contro l’Alessandria a porte chiuse proprio nell’anno delle elezioni.

Questa puntata di L’Unica Asti termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.             

I vostri messaggi

“L’Unica è un’occasione per conoscere meglio il territorio in cui vivo da anni”.

— Chiara T.

E tu cosa ne pensi del nostro progetto?

Scrivici

🏰 Vivere in un castello da ventotto generazioni (da L’Unica Alessandria)

🇫🇷 Meloni ha celebrato un accordo con la Francia che anni fa criticava (da Pagella Politica)

🗳️ Vuoi arrivare preparato alle elezioni del 2027? Pagella Politica ha scritto La regola del gioco, la guida alla nuova legge elettorale. Per leggerla, attiva la membership a questo link!

Leggi altro