I segreti del triage: i criteri per la precedenza al Pronto soccorso
Infermieri e responsabili dei servizi d’emergenza alessandrini illustrano il dietro le quinte di un lavoro fondamentale e delicatissimo
L’Unica è una newsletter gratuita che ogni settimana ti manda via mail una storia dal tuo territorio.
Abbiamo altre quattro edizioni: Asti, Cuneo, Torino e Genova.
Per riceverla,
clicca qui
«Vorrei dire a tutte le persone che aspettano di essere visitate in Pronto soccorso che quella non è una coda: è un triage». Roberta Ferraro, infermiera nell’unità di emergenza e urgenza dell’ospedale universitario di Alessandria, è specializzata nel sistema di verifica clinica e valutazione che stabilisce le priorità di intervento sui pazienti. La settimana scorsa ha parlato del suo lavoro in una conferenza del ciclo “I mercoledì della salute” – a cui L’Unica era presente – dove ha descritto il sovraffollamento ospedaliero dal punto di vista del personale sanitario.
Una categoria, la sua, sempre più messa alla prova da turni sfiancanti, ritmi spesso insostenibili e rischio di burnout. Per non dire del clima sempre più violento che ha trasformato medici e infermieri nelle vittime per eccellenza di un fenomeno odioso: le aggressioni, verbali e fisiche, da parte di utenti e familiari intemperanti ed esasperati, a volte anche solo per un’attesa. È successo di recente anche ad Alessandria, soprattutto nei reparti più esposti, come il pronto soccorso di Spalto Marengo e il poliambulatorio Gardella.
Manifestazioni e pretese di attenzione che non tengono conto delle modalità di un’organizzazione fondata sulla ricerca della migliore efficacia possibile. Per definizione, il triage è un metodo di selezione che potrebbe essere tradotto come ordinamento o smistamento, vale a dire una scelta presa da un insieme, dove i casi potenzialmente più gravi o urgenti devono essere riconosciuti per essere trattati prima. «L’infermiere di triage è stato formato con specifiche competenze, deve avere esercitato per almeno sei mesi in un pronto soccorso ed è dotato di autonomia e responsabilità: è la figura che deve valutare la priorità assistenziale del paziente, da quando si presenta fin dalla porta di ingresso, per poi stabilire i codici di accesso alle visite mediche e alle procedure diagnostiche in base a criteri oggettivi, ripartiti sulle risorse della struttura disponibili in quel momento», ha spiegato Ferraro. Tutta la macchina si muove grazie a quel motore: il lavoro, difficile e delicato, di comprendere prima di qualunque approfondimento lo stato di una malattia e le sue possibili evoluzioni.
I criteri per definire le urgenze
Ferraro, per far comprendere meglio ciò che vive ogni giorno, ha presentato il modello-tipo di una situazione da Pronto soccorso. «Pensiamo a cinque casi che arrivano quasi in contemporanea», ha detto. Il primo è un uomo di 71 anni che entra camminando in autonomia e lamenta febbre a 38° da tre giorni. Poi una donna di 53 anni, accompagnata in macchina dal marito per una cefalea che non passa da una settimana. Dopo di lei un uomo di 34 anni, che cammina ma non parla bene da un’ora; quindi un altro di 62 anni, portato dall’ambulanza per un dolore toracico da dieci minuti, con elettrocardiogramma negativo. Infine una donna di 43 anni, trasportata dal mezzo di soccorso per un dolore lombare da due mesi, che non ne limita il cammino. «Chi dev’essere preso in carico con più urgenza dal medico?», si è chiesta l’infermiera. «Il mio compito è individuare le persone potenzialmente in pericolo di vita e metterle in una scala di priorità per l’accesso alle cure. Ma anche ritornare più volte nella sala, per rivalutare in maniera periodica ogni altro in attesa, qualora siano intervenute modifiche nelle sue condizioni. È una mansione molto articolata e dinamica».
Meglio a questo punto misurare il campione dell’esempio qui sopra, per togliere ogni dubbio a chi si fosse cimentato: l’ordine di codice corretto è verde-azzurro-rosso-giallo-bianco, pertanto il paziente più giovane meriterebbe immediatamente assistenza.
Le tre “B” nell’ospedale infantile
Cinzia Marciano è dirigente medico responsabile del pronto soccorso dell’ospedale infantile “Cesare Arrigo” di Alessandria: un’eccellenza riconosciuta – non soltanto a livello locale – a cui convergono le famiglie con bambini bisognosi di cure. L’emergenza sanitaria dei pazienti pediatrici richiede altrettanta lucidità e pari tempismo, con l’aggiunta di un’attenzione speciale che deve essere dedicata anche ai genitori, che hanno il diritto di conoscere le condizioni dei figli: è comprensibile che siano in ansia, preoccupati e chiedano risposte. I bambini «sono una fetta di popolazione sempre più piccola, perché sono sempre di meno: dunque sono sempre più preziosi», ha detto a L’Unica.
Bisogna distinguere il concetto di “emergenza” da quello di “urgenza”. «La prima definisce una compromissione della funzione vitale, la seconda è l’alterazione dei parametri vitali», ha spiegato Marciano. «In età pediatrica è cruciale il riconoscimento precoce della situazione di rischio», ha continuato. «Lo facciamo valutando quelle che in inglese sono le tre B: comportamento e stato di coscienza (behaviour), ad esempio il pianto inconsolabile; la respirazione (breathing), se ci sono difficoltà o rumori, respiri molto frequenti o molto lenti; e il colorito (body color), se c’è pallore o problemi di circolazione che creano un colore blu scuro».
L’Unica è anche su Facebook! Clicca qui per visitare la pagina e inizia a seguirci per rimanere aggiornato!
Le cifre dell’emergenza
Ci sono casi in cui il fattore tempo è cruciale. «Ad esempio il rischio di intossicazione, la sospetta ingestione di una pila a bottone, di caustici o farmaci, oppure un dolore testicolare, che mette a rischio la funzione. O l’emorragia in atto dopo un intervento, di tonsillectomia o altro», ha aggiunto Cinzia Marciano. E fornisce i dati dell’attività: il pronto soccorso del “Cesare Arrigo” conta ventimila accessi totali all’anno, per il 93 per cento spontanei, cioè che arrivano con familiari o conoscenti senza ricorrere al 118. Nel 48 per cento dei casi sono residenti ad Alessandria, per il 4 per cento provengono da fuori regione, gli altri dal territorio del basso Piemonte. Quasi la metà (nel 2025, sono stati 9.702 pazienti) ha fino a 6 anni, 2.359 avevano fra i 15 e i 18 anni, il resto è costituito da bambini e ragazzi di età intermedie. L’aumento degli accessi che si registra di solito nei fine settimana, da venerdì a domenica, è un picco che si considera dovuto alla mancanza dei pediatri di libera scelta in quei giorni. L’équipe del pronto soccorso pediatrico è composta da due infermieri, un medico di guardia e un operatore sociosanitario. Anestesista, specialisti delle diverse discipline e diagnostica sono disponibili in condivisione con l’ospedale.
Gli stessi approcci di valutazione clinica e appropriatezza vengono applicati alla centrale del 118, che gestisce l’emergenza sanitaria di chi chiama al numero unico. In questo caso, coordinano le operazioni gli infermieri che rispondono al telefono e la complessità è caratterizzata proprio dal triage da remoto. Il direttore del servizio nella sede di Alessandria è Andrea Mina. «Oggi le chiamate sono già geolocalizzate e questo aiuta a recuperare tempo prezioso – ha spiegato Mina –. Una delle difficoltà maggiori è rappresentata dal fatto che l’interlocutore potrebbe non essere in grado di descrivere con lucidità quello che è successo, magari perché coinvolto emotivamente e spaventato per il proprio caro. Il professionista sanitario è formato per effettuare il triage telefonico e capire qual è l’emergenza con domande strutturate». Guida anche a distanza il chiamante alle prime manovre salvavita, se si presenta l’esigenza. Inoltre, coordina simultaneamente la logistica, decidendo in pochi minuti quali mezzi sono adeguati alla situazione. E interagisce negli stessi istanti con tutte le forze dell’ordine, che intervengono in caso di bisogno secondo le rispettive competenze: carabinieri, vigili del fuoco, polizia locale.
Nessuno viene attivato se si tratta di un malore avvenuto in casa, ma hanno ruoli specifici se invece si è verificato uno scontro stradale o un infortunio. I numeri divulgati dal dirigente Mina sono di una certa grandezza: il 118 di Alessandria nel 2025 ha ricevuto 74.300 chiamate, come dire quasi seimila al mese. Il 63 per cento di quelle ha riguardato codici verdi, per una piccola parte bianchi e il resto ripartiti fra gialli e rossi, che indicano il pericolo di vita o delle funzioni vitali. Proprio come succede al Pronto soccorso, i meno gravi hanno più tempo: «Non è infrequente che un codice verde aspetti per venti minuti un’ambulanza, perché significa che è un paziente che può aspettare. In generale, è normale l’arrivo del mezzo di soccorso entro 10-15 minuti dalla telefonata», ha spiegato.
Quando il Pronto soccorso non è il posto giusto
Il corto circuito si crea quando ci si rivolge ai servizi di emergenza senza una vera necessità: il servizio di continuità assistenziale – quello che una volta era chiamato “guardia medica” – nei giorni e negli orari in cui non sono operativi i medici di medicina generale, dovrebbe farsi carico di tutti i casi clinici che non richiedono una risposta immediata. Succede invece molto spesso – lo dicono i numeri – che si voglia sfruttare il Pronto soccorso anche per avere esami diagnostici rapidamente e questo contribuisce al sovraffollamento nelle sale d’attesa, con il rischio che chi è in condizioni di bisogno trovi lunghe file e servizi intasati. «I codici a bassa priorità sono il problema più invadente che abbiamo oggi», ha detto ancora il direttore del 118 di Alessandria. «Il bisogno di salute generale è aumentato, inoltre esiste purtroppo una cultura diffusa del “tutto e subito”».
Un esempio: chi ha mal di schiena da quarantotto ore dovrebbe prendere appuntamento dal medico, invece di chiamare l’emergenza. Quando lo fa, inizia una procedura che richiede risposte diverse, che magari impongono l’invio dell’ambulanza, impiegando i volontari e i dipendenti della sanità che in tal modo vengono sottratti da altre eventuali e possibili necessità: «Si tratta di soccorritori con una formazione di base – ha aggiunto Mina – e non possono fare altro che trasportare in sicurezza i pazienti in ospedale. Pazienti che in molti casi hanno bisogno di cure, ma sono andati a cercarle nel posto sbagliato».
Questa puntata di L’Unica Alessandria termina qui. Se ti è piaciuta, condividila! E se pensi che ci sia una storia di cui dovremmo occuparci, faccelo sapere: ci trovi a info@lunica.email.
I vostri messaggi
“Non solo sto imparando molto sulla mia provincia, ma sto anche scoprendo i territori vicini, di cui mi sono accorto di sapere davvero poco o nulla”.
— Carlo T.
E tu cosa ne pensi del nostro progetto?
ScriviciTi consigliamo anche:
🏫 Una sfida tra scuole per capire i fatti di oggi (da L’Unica Cuneo)
🍷 Tajani cita studi sul vino che non ha capito bene (da Pagella Politica)
🔥 Iscriviti ad A Fuoco, la newsletter di Facta sulla disinformazione e il cambiamento climatico