Per un giovane su due è “normale” controllare i conti della compagna
I dati della violenza economica diffusi dall’assessora comunale alle Politiche sociali di Alessandria, Roberta Cazzulo. Cifre preoccupanti per millennial e generazione Z
Claudia Patrone
7 min read
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Formazione, protezione e lavoro di rete: sono queste le priorità contro la violenza di genere. Focalizzare la situazione attuale, per rispondere in maniera mirata ed efficace alle esigenze delle donne, è uno degli obiettivi della rete antiviolenza della provincia di Alessandria: un istituto strutturato, ufficiale, formato per offrire sostegno alle vittime di ogni forma di prevaricazione da parte maschile. L’impegno è fermo e forte, dopo il femminicidio che ha sconvolto il Monferrato: la morte di Loredana Ferrara a 52 anni, ammazzata il 20 aprile 2026 con ferocia nelle strade di Vignale dall’ex compagno Silvio Gambetta, che per il delitto è in carcere a Vercelli.
Aumentano le denunce
I dati fanno emergere un fenomeno in crescita: nell’Alessandrino, nel 2025, le richieste di aiuto ai centri antiviolenza ME.DEA – secondo i dati diffusi dall’associazione – sono state 301, con un incremento del 15,8 per cento rispetto al 2024. Anche i Codici Rossi, dispositivi di protezione attivati dalle forze dell’ordine in casi di particolare fragilità e vulnerabilità, sono in aumento: dal 10 al 12 per cento in più. La tendenza che si osserva da tempo fa riflettere, perché riguarda l’età delle giovani intrappolate in relazioni sentimentali tossiche, che si è progressivamente abbassata: parliamo di ragazze minorenni e della fascia dai 18 ai 29 anni. È forse l’effetto concreto delle attività di sensibilizzazione che si moltiplicano nelle scuole: insegnano a riconoscere la violenza e a non interiorizzarla, portando a un aumento di denunce e segnalazioni.
La fotografia del problema e il lavoro sugli interventi di sostegno e prevenzione sono stati discussi ad Alessandria nell’ultimo incontro della Rete territoriale con i rappresentanti istituzionali di Provincia, Prefettura, Procura della Repubblica, Comune, delle avvocate di D.i.RE - Donne in rete contro la violenza e di ME.DEA. Le donne maggiormente coinvolte hanno fra i 18 e i 39 anni: in generale, sono il 53,4 per cento di quelle accolte nell’Alessandrino. Le esperte hanno rilevato un altro aspetto, molto significativo: «Considerando che, stando ai dati ISTAT, l’età media alla nascita del primo figlio in Italia è compresa tra i 31 e i 32 anni, è probabile che oltre la metà delle vittime di violenza abbia figli e figlie che hanno dovuto assistere a episodi di violenza».
L’avvocata di D.i.RE Elena Baggioni ha illustrato il Rapporto Grevio 2025, il documento redatto da un gruppo di esperte indipendenti nell’ambito del Consiglio d’Europa con l’obiettivo di monitorare l’attuazione della Convenzione di Istanbul, la principale normativa europea di riferimento. «Emergono alcune priorità fondamentali che l’Italia sta tardando a recepire: la formazione continua dei diversi nodi della rete, a partire dalla raccolta della denuncia; la tutela dei figli vittime di violenza assistita; l’applicazione di strumenti validati per la valutazione del rischio; il miglioramento della raccolta e dell’analisi dei dati», ha segnalato.
A livello nazionale le criticità non mancano, ma ad Alessandria la rete antiviolenza è considerata solida: nei prossimi diciotto mesi sarà ulteriormente rafforzata grazie al progetto Viol.A.2, finanziato dal dipartimento per le Pari opportunità, che «consentirà di sviluppare importanti opportunità formative proprio sugli aspetti critici evidenziati dal Rapporto Grevio», ha sottolineato la presidente di ME.DEA, Sarah Sclauzero. Al momento sono già attivi una cabina di regia e tre tavoli tematici: accoglienza e gestione in emergenza delle donne vittime di violenza; azioni condivise a supporto dei minori che assistono a casi di prevaricazione; interventi rivolti agli autori dei soprusi.
Quando la violenza è considerata “normale”
Gli aspetti educativi generali alla base dell’emergenza della violenza di genere sono il nodo da sciogliere: l’assessora comunale alle Politiche sociali di Alessandria, Roberta Cazzulo, ha spiegato a L’Unica che «la violenza sulle donne rappresenta un problema culturale, sociale, politico oltre che sanitario, si discosta dalle condizioni sociali, culturali, etniche e dalla fascia di età delle vittime, purtroppo comprende anche donne molto giovani, con importanti conseguenze all’interno della sfera lavorativa e personale e inevitabili problematiche psicologiche e/o psichiatriche».
Gestire le risorse economiche che gravitano intorno ai centri antiviolenza, formare al rispetto di genere, finanziare e sostenere le reti territoriali sociosanitarie, offrire consulenza giuridica e legale alle vittime sono grandi contributi che provengono dalle istituzioni e devono essere garantiti a tutte. E poi c’è un grado di cultura e consapevolezza civile che va acquisito, come dimostrano i dati divulgati da Cazzulo e riferiti a una ricerca di Actionaid pubblicata a novembre 2025. «La violenza economica, quella che porta il partner a controllare o limitare le risorse finanziarie di una donna, è considerata accettabile da un uomo su tre, lo è per quasi la metà dei maschi millennial [nati dall’inizio degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta, ndr] e di quelli della generazione Z [nati dalla metà degli anni Novanta alla fine del primo decennio degli anni Duemila, ndr]», ha spiegato. «Per uno su quattro, la violenza verbale e quella psicologica sono ampiamente motivate. La maggioranza (55 per cento) dei millennial ritiene legittimo il controllo sulla partner, soprattutto in caso di tradimento o di mancata cura della casa e dei figli. Anche la violenza fisica è giustificabile per quasi due maschi adulti su dieci».
Hanno deciso di fare la loro parte per cambiare le relazioni le esponenti della Casa delle Donne TFQ di Alessandria, dove TFQ sta per “transfemminista queer”. Negli ultimi mesi hanno promosso il progetto di educazione sessuoaffettiva “Crescere senza stereotipi”, dedicato ai più giovani proprio perché le statistiche dicono che l’età delle vittime di violenza di genere è sempre più bassa. Gli incontri hanno visto una folta partecipazione di genitori, educatori e insegnanti, nella convinzione che non possono bastare l’accoglienza, la protezione e il supporto psicologico di chi si trova a subire, ma è necessario impedire inaccettabili derive. Imparare il rispetto dell’altro, riconoscere le discriminazioni, esercitare l’empatia, disarmare l’aggressività, distinguere i lati oscuri dei sentimenti, educare al consenso fin dalla prima infanzia.

Prevenire la violenza
La coordinatrice è Marta Pampuro e a lei L’Unica ha chiesto perché nel dibattito pubblico italiano questi temi sono diventati politicamente divisivi, oggetto di una propaganda che non ha mancato di mettere la violenza anche nel linguaggio. «Quello che stiamo vedendo è un attacco politico preciso. Si vuole impedire alle persone di avere strumenti per riconoscere la violenza, per autodeterminarsi, per uscire da relazioni oppressive», ha detto. «Si vuole, di fatto, impedire che venga messa in discussione la struttura patriarcale della società. Si vuole negare la natura sistemica della violenza di genere. E questa, naturalmente, è una scelta precisa. Noi pensiamo invece che sia necessario costruire spazi e pratiche che rendano queste cose visibili. Perché quando parli di controllo, gelosia, consenso, le persone riconoscono la propria esperienza e il discorso smette di essere ideologico».
Intervenire prima che la violenza accada, prima che sia troppo tardi, è diventato un lavoro di comunità: grazie all’aiuto di psicologhe e psicoterapeute, pedagogiste, una docente universitaria e una scrittrice, sono stati proposti laboratori e riflessioni, dialoghi e suggerimenti pratici per la quotidianità. «Crediamo che sia fondamentale dare strumenti per leggere il potere nelle relazioni», ha aggiunto la coordinatrice. «La risposta è stata forte, partecipata, trasversale. E questo conferma che questi temi non sono di nicchia. Sono bisogni reali e diffusi, che vanno affrontati con urgenza. Parallelamente, le operatrici del centro antiviolenza Marielle Franco portano avanti interventi continuativi nelle scuole, nei licei Umberto Eco di Alessandria e Amaldi di Novi Ligure. Per noi è un lavoro prioritario. Non un progetto occasionale, ma un impegno strutturale».
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Il ruolo della scuola e il fronte del No
Aprire un dibattito pubblico sull’idea di portare l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole appare dunque fuori tempo, rispetto a una realtà che è già più avanti. Cosa serve tuttavia per arrivare a questo importante obiettivo? Pampuro non ha dubbi: «A questo punto serve uno scontro politico, perché il dibattito oggi non è su come fare educazione sessuoaffettiva. È su come impedirla, svuotarla, controllarla. E prima ancora bisogna smontare una narrazione tossica: educazione sessuoaffettiva non significa parlare ai bambini dell’atto sessuale. Significa lavorare su rispetto dei corpi, emozioni, relazioni, ruoli di genere, riconoscimento di sé e dell’altro o dell’altra. Significa dare strumenti per capire quando una relazione è sana e quando è controllo. Significa imparare che un “no” è un “no”, sempre». Secondo la coordinatrice, si tratta dello strumento più efficace per prevenire la violenza, «per scuotere dalle fondamenta un modello di società fondato sul controllo dei corpi e delle soggettività. Per arrivare davvero nelle scuole serve quindi una scelta politica netta: rendere questi percorsi strutturali, obbligatori, continuativi, affidati a professionisti e professioniste. Mentre il governo prova a contrastare questi percorsi, noi li costruiamo: entrando nelle scuole, lavorando con insegnanti, educatori, genitori, aprendo spazi come la Casa delle Donne. Perché se la violenza è strutturale, strutturale deve essere anche la risposta. La responsabilità è collettiva».
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