Torna il Pride, ma i problemi restano
Il 6 giugno la manifestazione per i diritti LGBTQIA+, in attesa dell’Europride del 2027. La discriminazione sul lavoro e nella sanità continua però a colpire le persone trans*
Alice Dominese
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Quando l’estate scorsa il sindaco di Budapest Gergely Karácsony ha promosso il Pride nella capitale ungherese nonostante il divieto del governo Orbán, decine di delegazioni e rappresentanze istituzionali internazionali lo hanno raggiunto per manifestare il proprio sostegno all’iniziativa. Anche la Città di Torino e l’associazione Torino Pride per i diritti LGBTQIA+ hanno partecipato all’evento con le proprie delegazioni ufficiali, insieme a 400 mila cittadini ungheresi.
La Procura generale di Budapest ha poi accusato Karácsony, gli organizzatori del Pride di Budapest e del Pride della città Pécs di aver violato il divieto imposto dalla polizia sulle leggi ungheresi per la protezione dei minori. Un anno dopo, Viktor Orbán non è più il presidente dell’Ungheria, le accuse sono state sospese e Karácsony si prepara a un altro Pride ricordando l’importanza del supporto ricevuto dalle rappresentanze europee.
«La posta in gioco era altissima nel giugno 2025», ha spiegato Karácsony a L’Unica. «Era necessario dimostrare che in Ungheria ci sono politici che non scendono a compromessi e proteggono i diritti dei cittadini del nostro Paese. Il governo ungherese aveva sicuramente oltrepassato un limite con la sua legge volta a vietare il Pride. Ma vorrei sottolineare che è stata la forza e il coraggio di migliaia di normali cittadini, che hanno deciso di manifestare nonostante il divieto, ad avere l’impatto maggiore».
Quell’esperienza di resistenza collettiva continua a ispirare gli attivisti torinesi che – dopo il Pride 2026 del prossimo 6 giugno – si stanno preparando a ospitare l’Europride nel 2027. «Un anno fa, unendoci, siamo riusciti a raggiungere una grande partecipazione a Budapest», ha detto a L’Unica Chiara Tarantello, co-coordinatrice di Torino Pride. «Allo stesso modo, portare l’Europride a Torino è un risultato nazionale che nasce anche grazie all’impegno dei coordinamenti degli altri Pride. Per questo motivo, è in corso una staffetta che coinvolgerà tutto il Paese da Nord a Sud».

Dieci anni dalla prima unione civile
Quest’anno, il principale evento internazionale dedicato ai diritti, alla visibilità e all’inclusione della comunità LGBTQIA+ si terrà ad Amsterdam ed è dedicato ai 25 anni dal primo matrimonio egualitario al mondo, celebrato proprio nei Paesi Bassi. In Italia, invece, si celebrano i dieci anni delle unioni civili. A maggio, le coppie che nel 2016 hanno scelto per la prima volta di unirsi civilmente a Torino sono state invitate a Palazzo civico. In quell’occasione il sindaco Stefano Lo Russo ha detto: «Le unioni civili sono state la tappa importante di un percorso, ma certamente non il traguardo. Dobbiamo guardare al matrimonio egualitario come un ulteriore punto che consente di incarnare pienamente i valori di cittadinanza e di eguaglianza che sono patrimonio dell’Unione europea».
Nel 2016 l’Italia ha introdotto il riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso ponendo alcune limitazioni ai diritti delle coppie omogenitoriali, tra cui l’accesso alle adozioni e alla stepchild adoption, ovvero l’adozione del figlio naturale o adottivo del partner da parte del genitore non biologico. Negli ultimi dieci anni sono state 855 le unioni civili in città, a fronte di 14 scioglimenti. Secondo l’amministrazione comunale si tratta di un numero stabile nel tempo che mostra un radicamento territoriale. Questo perché, a differenza di altre città, a Torino la possibilità di unirsi civilmente è sicura, ha spiegato Tarantello. «Quello che non è sicuro – o meglio che dovrebbe essere sicuro, ma siamo in fase di monitoraggio – è la trascrizione degli atti di nascita dei figli di coppie omogenitoriali», ha aggiunto.
La legge italiana non prevede la possibilità che in una coppia dello stesso sesso entrambe le persone vengano riconosciute come genitori dei propri figli al momento della registrazione del loro atto di nascita. Il genitore biologico viene registrato, ma il genitore intenzionale (che cioè condivide un progetto genitoriale con il partner, pur non essendo biologicamente legato al figlio) raramente viene riconosciuto come tale negli atti anagrafici. Anche se il 22 maggio 2025 la Corte Costituzionale ha riconosciuto per la prima volta il diritto per le coppie di donne di vedere registrati entrambi i genitori alla nascita del proprio figlio o figlia, le coppie di uomini restano attualmente escluse da questo diritto. «In generale, le coppie di uomini, sono escluse da qualunque possibilità di diventare genitori», ha detto Tarantello.
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A seguito della storica sentenza della Corte, Torino, Cuneo e altre città del Piemonte hanno ripreso a registrare i figli nati tramite procreazione medicalmente assistita (PMA) da due madri, ma nella regione non esiste ancora una mappatura che permetta di comprendere quanto sono diffuse queste trascrizioni anagrafiche. Le informazioni al riguardo sono poche e testimoniano problematiche che in Piemonte si manifestano a macchia di leopardo. Secondo Tarantello, «anche se le madri intenzionali dovrebbero essere riconosciute in automatico, qualora siano presenti dei documenti che attestano l’intenzionalità della creazione del nucleo familiare, non è detto che tutti i Comuni adottino effettivamente questa misura».
Il percorso a ostacoli delle persone trans*
I problemi di riconoscimento riguardano anche le persone che vogliono affrontare un percorso di affermazione di genere. Mentre al Tribunale di Torino il coordinamento del Pride cittadino porta avanti l’interlocuzione per rendere i percorsi di rettifica anagrafica più accessibili, al Cidigem, il Centro interdipartimentale per la disforia di genere con sede alle Molinette, c’è un’attesa media di due anni e mezzo per fissare una prima visita. «Ho mandato la richiesta più di un anno fa! Non mi hanno ancora chiamato, ho provato a mandare un’altra mail dove spiego che sto male e non mi hanno neanche risposto», ha scritto un utente sulla pagina Instagram di Free(K) Pride, la manifestazione torinese nata come alternativa non istituzionale al Pride ufficiale.
«La comunità trans* in questo momento è quella maggiormente sotto attacco, sia per il clima politico nazionale che internazionale», ha detto Tarantello. «A livello locale i lunghi tempi di attesa sono un’altra parte del problema che fa della comunità trans* una di quelle più marginalizzate sul territorio». Secondo Torino Pride, «il Cidigem deve essere potenziato, con risorse economiche adeguate e personale sufficiente, affinché possa rispondere in modo efficace e tempestivo ai bisogni delle persone trans* che scelgono un percorso medicalizzato». L’accesso ai percorsi di affermazione di genere in tempi sostenibili è fondamentale per chi non ha la disponibilità economica per pagare un percorso privato.
Al contempo, le persone trans* e non binarie continuano a subire alti tassi di discriminazione sul lavoro, nella sanità e nella vita quotidiana. Se il 60 per cento delle persone trans* in Italia ha sperimentato discriminazione nell’accesso al lavoro, si stima che il 43 per cento di chi ha tra i 12 e i 18 anni abbandoni la scuola prima di aver terminato gli studi. Per portare l’attenzione delle istituzioni e della cittadinanza, il 31 maggio in occasione del Trans day of visibility a Torino è stata organizzata una settimana di eventi culturali incentrata sulle storie delle persone e il superamento degli stereotipi.
In città, negli ultimi anni alcuni passi avanti ci sono stati. Dal 2024 è possibile richiedere la tessera alias per il servizio dei trasporti pubblici, comunicando il proprio nome di elezione a GTT, anche se differente da quello anagrafico. L’Università e il Politecnico di Torino avevano già adottato misure simili, così come diverse scuole superiori in Piemonte, che permettono a studenti trans* e non binari di utilizzare il proprio nome d’elezione all’interno degli istituti scolastici. Quest’anno, poi, per la prima volta a livello nazionale, le code per votare ai seggi elettorali non sono state due, ma una unica, non più divisa in base al genere: «È un’ottima cosa, che purtroppo però non risolve del tutto il problema, perché anche in questo caso, come in tutti i casi in cui ci dobbiamo confrontare con delle istituzioni, il personale non è preparato a parlare con persone trans*», ha commentato Tarantello. «Un altro problema è che se una persona trans* fa la rettifica anagrafica, ed è una persona assegnata femmina alla nascita, nel momento in cui viene rettificato il suo documento non ha più la possibilità di avvalersi del programma regionale Prevenzione serena [per la diagnosi precoce del tumore della mammella, del collo dell’utero e del colon-retto, ndr], perché non risulta più una femmina. Lo stesso accade, per esempio, per la prevenzione dei tumori alla prostata nel caso di persone trans* assegnate maschi alla nascita».
L’Italia perde terreno
Il 6 giugno di quest’anno il Pride di Torino raggiunge la sua ventesima edizione portando in città, ancora una volta, la protesta per i diritti mancanti e la memoria delle lotte condotte dal movimento. Nel 2025 circa 150 mila persone hanno sfilato per le vie della città durante la manifestazione arcobaleno. I numeri dei partecipanti, secondo il coordinamento del Torino Pride, sono in crescita. Intanto l’Italia scivola dal 35° al 36º posto nella Rainbow Map 2026, lo studio che classifica i 49 Paesi europei misurando il livello di tutela dei diritti umani e l’uguaglianza giuridica delle persone LGBTQIA+.

Nel report, pubblicato da Ilga-Europe (International Lesbo Gay Association), l’Italia viene subito prima di Lituania e Ungheria, con un punteggio complessivo di 24 su un massimo di 100.
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